Dopo il caso di Bolzano, anche a Roma è arrivata la piscina per sole donne: a Tor Tre Teste, periferia della Capitale, su iniziativa di un centro islamico. Quattro mercoledì al mese per due turni giornalieri: due ore al mattino e due ore alla sera. Anche il personale di servizio, durante quel turno, è interamente femminile ed è permessa la fruizione di qualunque donna, non solo islamica. Inoltre, è concesso l’utilizzo del burkini. È evidente che anche in questo caso siano scoppiate le polemiche, dal momento che si parla tanto di inclusione ma poi si creano i turni separati in piscina tra uomini e donne.
La ragione, ovviamente, è fondamentalmente religiosa: le donne non possono mostrare il proprio corpo in pubblico davanti a uomini estranei al nucleo familiare. Tuttavia, definire “inclusione” quella che a tutti gli effetti si configura come una forma di segregazione per motivi religiosi rappresenta un paradosso inaccettabile per una società occidentale. Invece di favorire una reale integrazione basata sull’assimilazione dei valori fondanti della nostra comunità, a partire dalla laicità degli spazi pubblici e dalla piena parità tra uomo e donna, iniziative di questo tipo rischiano di legittimare modelli culturali chiusi e societari separati. “La sharia passa per le piscine: oggi sono gli uomini a non poter entrare, domani saranno le donne non velate a non poter camminare per strada. È veramente questo ciò che la sinistra vuole per la nostra Italia? L’islam radicale non è compatibile con i nostri valori di libertà e uguaglianza, nati da secoli di filosofia e lotta sociale. Vietare l’ingresso nei locali pubblici a una categoria di persone, in questo caso gli uomini, ricade in una vera e propria discriminazione di genere, intollerabile e inapplicabile secondo il nostro diritto”, ha dichiarato il vicepresidente della Camera dei deputati Fabio Rampelli di Fratelli d’Italia preannunciando un’interrogazione al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e al ministro dello Sport Andrea Abodi.
“La decisione di riservare fasce orarie esclusivamente alle donne in una piscina del Municipio V, a Tor Tre Teste, rappresenta una scelta sbagliata, discriminatoria e culturalmente regressiva. Ancora più grave è il sostegno espresso da esponenti del centrosinistra, che ancora una volta dimostrano di piegare i principi di uguaglianza e laicita’ dello Stato a logiche di convenienza politica”, si legge in una nota del capogruppo del gruppo capitolino di FdI, Giovanni Quarzo e i consiglieri capitolini Francesca Barbato, Federico Rocca, Mariacristina Masi e Stefano Erbaggi. L’inclusione, prosegue la nota, “non si realizza creando spazi separati, ma garantendo a tutti di condividere gli stessi luoghi, gli stessi diritti e gli stessi doveri. Le piscine, come ogni altro luogo pubblico, devono rimanere aperte a tutti senza distinzioni fondate sulla religione o sul genere. L’Italia è uno Stato laico fondato sulla Costituzione. La libertà religiosa è un diritto fondamentale che va tutelato, ma non puo’ trasformarsi in uno strumento per derogare ai principi di uguaglianza, pari dignità e pari diritti tra uomini e donne. Accettare forme di separazione significa favorire l’isolamento e l’integrazione mancata, anziché una reale convivenza”. Sul caso della piscina in Trentino, che si ripropone in queste ore e ha molte similitudini con quello di Roma, è intervenuta anche Raffaella Paita, capogruppo di Italia Viva al Senato: “Da persona democratica e libera, dico: fate cosa volete. Ma non proviamo a raccontare, per carità, che la piscina per sole donne, 'per non essere guardate dagli uomini’, come ha detto Fatima Ziani, riducendo le donne a un pezzo di carne, sia inclusione, integrazione e tolleranza perché a tutto c’è un limite. I diritti delle donne sono frutto di secoli di battaglie, la nostra Costituzione sancisce la parità fra uomo e donna. Integrarsi significa riconoscerla in tutti gli aspetti della vita quotidiana”.
