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Attualità

Che farà il cocco di Schlein?, viva Miss Addrizza e la Fifa: quindi, oggi…

Quindi, oggi…: il calcio del popolo, la denatalità e Ferrari Luce

Quel malumore nel Pd contro la Schlein. "Ora servono risposte"
  • Pare che la Ferrari Luce abbia raggiunto in soli due mesi l’obiettivo di vendita per quest’anno. Pare sia andata a ruba soprattutto in Cina. Ribadisco dunque quanto già scritto in questa rubrica al tempo delle grandi polemiche contro la casa di Maranello: la Luce è stilisticamente bruttina, non ricorda l’anima del Cavallino e, solo in ultima istanza, è pure elettrica. Ma se esiste un mercato di acquirenti coi soldi, disposti a spendere grosse cifre per quel prodotto, bene fa Ferrari a produrla e a venderla.
  • La Francia espelle Xenia Federova, ex direttrice di Russia Today in Francia e opinionista nelle reti di Bolloré. L’accusa, sintetizzo, è quella di mettere a rischio l’ordine pubblico, di ledere gli interessi dello Stato e di essere un’agente del Cremlino. È legittima l’espulsione? Sì, perché se consideri un soggetto nemico dello Stato è giusto che lo Stato si difenda. Si tratta di censura? Eccome. Insomma: in questo dibattito hanno ragione un po’ tutti, sia chi sostiene la cacciata della Federova sia chi protesta che l’atto serva solo a spegnere una voce critica sulla guerra in Ucraina. Non mi scandalizza che l’abbiano cacciata. Ma negare che si tratti di censura sarebbe inopportuno.
  • Carlo Cottarelli scrive un’interessante analisi sul calo demografico di questo stramaledetto Paese. Dice: per affrontarlo occorre avere più nidi (verissimo) e buona immigrazione (parzialmente vero). Trovare un asilo nido può essere complicato e soprattutto molto, molto dispendioso per le famiglie: sprechiamo risorse pubbliche in attività veramente inutili o dagli scarsi risultati (per citarne una: film che non guarda nessuno), mentre gli asili chiudono alle 16.30, orario inutile per gran parte delle famiglie che non lavorano su turni. Fossi in un governante, mi impegnerei su questo fronte. Lato migranti. Il calo delle nascite significa anche calo dei lavoratori disponibili in un sistema economico, quindi è normale che le aziende facciano ricorso agli stranieri regolari. Ma occhio: questo non aumenterà, sul lungo periodo, la natalità. Uno studio europeo ha dimostrato che poi gli stranieri tendono a “incamerare” l’approccio del Paese dove vivono e quindi le seconde generazioni finiranno col riprodurre lo stesso tasso di fecondità degli italiani. Insomma: non siamo messi bene.
  • Chi scrive un’idea del calo demografico se l’è fatta e non riguarda né la crescita economica (spesso è una scusa, lo dicono i dati riportati da Cottarelli) né l’immigrazione. Non facciamo più figli perché dal 1968 in poi abbiamo trasformato, culturalmente e nel messaggio generale rivolto all’opinione pubblica, il figlio e il matrimonio in una sorta di catena che ti impedisce di vivere una vita piena. A questo va aggiunto il fatto, sacrosanto, che oggi le donne lavorano più che in passato, quindi faticano a conciliare la vita lavorativa con la maternità. Tuttavia, che i pargoli si mettano al mondo “più tardi” è certamente frutto della ricerca di una stabilità economica sempre più “alta” e quindi difficile da raggiungere, ma il fatto di farne meno di due, o a volte zero, è anche una questione culturale. Chi oggi frigna per il calo demografico forse ieri avrebbe fatto meglio a evitare bombardare la famiglia.
  • Vorrei spendere una parola per quel consigliere Pd di Granarolo Faentino, animatore della Nottambula, la festa goliardica in cui si lotta nel fango e si elegge “Miss-Addrizza”. Non cedere. Non cadere nel politicamente corretto. Infischiatene delle femministe che si scandalizzano per tutto, ma non per le piscine-ghetto col burkini. Viva Miss Addrizza.
  • Chi segue questa rubrica sa che serve come spunto per riflettere. E non sapete quanto sia piacevole ricevere commenti, suggerimenti e anche critiche. Oggi ho ricevuto da un lettore, Alberto Giovanelli, un’interessante riflessione su quanto scritto ieri in merito ai salari, sempre stagnanti in Italia, e alla contrattazione collettiva. La pubblico perché la trovo utile: “Gentile dott. De Lorenzo, seguo con interesse e curiosità la sua rubrica “Quindi, oggi…”, che apprezzo per la capacità di proporre quotidianamente riflessioni dirette, anche quando non coincidono con il pensiero prevalente. Proprio per questo vorrei sottoporle una perplessità rispetto al passaggio pubblicato oggi sul tema dei salari. Condivido il suo richiamo alla necessità di ridurre il cuneo fiscale e di utilizzare meglio le risorse pubbliche. Non mi convince, invece, il collegamento tra la debole crescita del PIL e la possibilità di aumentare le retribuzioni, perché rischia di confondere un vero aumento salariale con il semplice recupero dell’inflazione. Se i prezzi crescono del 2% e anche lo stipendio aumenta del 2%, il lavoratore non è diventato più ricco: può acquistare gli stessi beni e servizi di prima. Un vero aumento esiste soltanto quando, una volta compensata l’inflazione, il potere d’acquisto cresce effettivamente. Non credo quindi sia corretto sostenere che, per difendere il potere d’acquisto dei lavoratori, il PIL debba necessariamente crescere più degli stipendi. Se una retribuzione aumenta quanto i prezzi, il lavoratore non riceve di più: evita semplicemente di diventare più povero. La produttività è certamente fondamentale per rendere sostenibili, nel lungo periodo, veri aumenti dei salari reali. Ma è un’altra questione. Una bassa crescita della produttività può spiegare perché sia difficile aumentare molto il potere d’acquisto; non dovrebbe invece diventare l’argomento con cui si giustifica il fatto che i lavoratori possano acquistare progressivamente meno. Anzi, se si sostenesse che il PIL debba crescere sistematicamente più delle retribuzioni anche solo per conservarne il valore, nel lungo periodo la quota del reddito destinata al lavoro finirebbe inevitabilmente per ridursi. Non sarebbe una regola di sostenibilità, ma una precisa scelta distributiva a favore di altre componenti del reddito. Anche la riduzione del cuneo fiscale, pur auspicabile, non coincide necessariamente con un aumento salariale. Se vengono ridotte le imposte o i contributi a carico del dipendente, il lavoratore riceve più netto, ma l’azienda continua a corrispondere lo stesso salario lordo. Se vengono ridotti gli oneri a carico dell’impresa, è l’azienda a sostenere un costo minore, senza che il netto del lavoratore aumenti automaticamente. In entrambi i casi, il vantaggio viene finanziato da minori entrate pubbliche, da tagli ad altre spese o da altre forme di prelievo. Il taglio del cuneo può quindi essere utile, ma non può sostituire la discussione sulla contrattazione, sui salari lordi e sulla distribuzione del valore prodotto. A mio avviso, la domanda da porre è dunque questa: quando diciamo che in Italia “non si possono aumentare i salari”, stiamo parlando di veri aumenti del tenore di vita oppure stiamo sostenendo che i lavoratori debbano accettare di comprare meno di quanto compravano prima? Sono due affermazioni profondamente diverse. Credo che distinguere più chiaramente tra aumento reale, recupero dell’inflazione, produttività e riduzione del cuneo aiuterebbe a rendere il dibattito più preciso, evitando che una formula apparentemente tecnica diventi una comoda verità da salotto. La ringrazio per l’attenzione e, naturalmente, per gli stimoli che offre quotidianamente ai suoi lettori. Un cordiale saluto”.
  • Non so se la “privatizzazione” della Fifa andrà in porto. Certo, per le federazioni sarebbero un sacco di soldi e ai soldi nessuno dice mai di no. Però fa un po’ ridere che la Uefa si erga a paladina del “calcio del popolo”, visto che non è affatto titolata a ricoprire questo ruolo. Il “calcio del popolo” non esiste più o non è mai esistito. Non lo è soprattutto da quando i grandi imprenditori hanno smesso di buttare soldi nel pallone e sono entrati sceicchi e fondi. Bisogna prenderne coscienza e capire anche che, se sei costretto a pagare milioni di euro per lo stipendio di Retegui&co, allora da qualche parte devi pure capitalizzare.
  • Sono curioso di vedere come Pedro Sanchez affronterà l’assedio di Ceuta da parte dei migranti. E anche di come Elly Schlein gestirà la faccenda. Se chiude le porte e li respinge, il Pd accuserà il cocco Pedro di essere razzista, xenofobo, fascista, buzzurro e salviniano?

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