C’erano una volta Nana, il tenero San Bernardo tuttofare che in Peter Pan serviva lo sciroppo ai bambini, e il perfido gatto Lucifero di Cenerentola, appagato da una ciotola di latte sul pavimento mentre attendeva l’arrivo dei succosi topolini. Tempi andati di un’altra era geologica; oggi quelle icone vintage sono archeologia spazzata via dal terremoto della Pet Economy Luxury. Un fenomeno che ha trasformato gli animali domestici da semplici compagni di vita a surrogati di figli da viziare. Oggi l’asticella della devozione a quattro zampe ha raggiunto livelli di follia inquietanti. Non parliamo più del classico cappottino cerato per la pioggia o del biscottino a forma di osso, ma di una venerazione ossessiva che rasenta il delirio estetico, culinario e salutista. Siamo tornati all’Antico Egitto, quando i felini erano divinità pagane come Anubi e Bastet, solo che oggi, invece di mummificarli con spezie e lino, li riempiamo di carte di credito e fettine di filetto freschissimo.
Il primo passo per il miliardario a quattro zampe non è più la razza pura (a meno che non si tratti dell’immancabile Bulldog Francese: oggettivamente brutto, perennemente affannato, ma esibito nei boutique hotel come una Kelly di Hermès in limited edition), poiché la vera frontiera oggi è altro: ovvero l’armocromia domestica. Negli Stati Uniti e a Londra spopolano le agenzie di Pet Matchmaking che offrono consulenze d’arredo prima di concedere un cucciolo. Gli esperti analizzano lo stile di vita del cliente e la palette dei colori di casa: il mantello del cane deve intonarsi ai velluti del salotto e alle venature del parquet. Dimenticate le scatolette al gusto pollo, oggi il cibo per animali è iper-gourmet. A San Francisco fa furore Dogue, ristorante fine dining aperto dallo chef Rahmi Massarweh, forte di un passato nelle cucine d’alta scuola francese. Il suo menù degustazione costa 75 dollari a portata e include tartare di cervo con uovo di quaglia e dogguccini al latte di capra. A Londra il Dog Afternoon Tea del Bluebird Chelsea è il rito domenicale per i barboncini bene. La vera beffa cinica? Vedere il padrone, a dieta con due foglie di insalata scondita nel piatto, guardare con invidia la tartare da stella Michelin nella ciotola del proprio cane.
La toelettatura con shampoo al limone è ormai preistoria, il cane moderno soffre d’ansia da prestazione e ha un disperato bisogno di riallineare i propri chakra (o almeno questo è ciò che gli psicologi per animali raccontano ai proprietari). Nelle metropoli più cool spopolano vasche idromassaggio all’ozono, agopuntura e massaggi Shiatsu per sciogliere le contratture da pisolino. Per gli umani ancora più nevrotici ci sono le classi di Doga (yoga col cane) accompagnate da musiche frequenziali anti-stress. L’alta moda ha fiutato l’affare, con Celine e Gucci che firmano ciotole in pelli pregiate e divanetti monogrammati da oltre tremila euro. Oggetti da capogiro su cui qualsiasi essere umano suderebbe freddo al solo pensiero che un artiglio li sfiori, ma che in alcune case d’élite hanno la funzione del grattatoio di lusso. La vera ossessione resta però l’olfatto: rinomati nasi della profumeria francese hanno creato fragranze per cani alcol-free con note di bergamotto e legno di sandalo. I nuovi ricchi hanno la coda e fatturano più di un ad di Piazza Affari. Un fenomeno di massa che popola i social di star a quattro zampe capaci di monetizzare ogni scodinzolio. Tra i pesi massimi spiccano Jiffpom, volpino di Pomerania da 10 milioni di follower che incassa 30.000 dollari a post, e la collega Nala Cat, gatta mista adottata in gattile e diventata imprenditrice con un patrimonio da 100 milioni di dollari. Ma la lista è variegata: dal carlino star di Hollywood Doug the Pug fino a Priscilla, maialino da passerella in abiti coordinati. Questa élite pelosa viaggia in prima classe, pernotta in suite con maggiordomo e calca i red carpet di Los Angeles scortata da bodyguard. Praticamente la versione 2.0 del jet-set. Con un’unica, amara certezza per noi umani: oggi per vivere nel lusso sfrenato senza lavorare un solo giorno, non serve il talento. Basta un musino simpatico davanti allo smartphone.
