Latina, 1963. Il reattore è un Magnox a uranio naturale moderato a grafite e raffreddato con anidride carbonica, con una potenza elettrica netta di 200 megawatt.
È la più grande centrale nucleare di Europa. Nel novembre dell’anno prima sono state nazionalizzate le aziende che producono e commerciano energia. C’è lo Stato e il suo nome in questo caso è Enel. Stiamo diventando i terzi produttori al mondo di energia nucleare dopo Stati Uniti e Gran Bretagna. Le centrali crescono in fretta, ecco quella di Sessa Aurunca sul Garigliano e poi Trino Vercellese. A immaginare «l’Italia atomica» c’è un fisico nucleare napoletano che gira la Penisola per disegnare centrali come altri tracciano autostrade. Si chiama Felice Ippolito ed è il segretario del Comitato nazionale per l’energia nucleare. C’è l’eredità di via Panisperna, la memoria di Fermi, l’idea che il Paese uscito dalle macerie potesse illuminarsi da solo. Poi il primo colpo che spezza le gambe. È il 1964 e scoppia lo scandalo giudiziario che distrugge la reputazione di Ippolito. Finisce sotto processo per irregolarità amministrative e viene condannato a undici anni di carcere. Se ne fa due, poi l’uomo che più di tutti si era battuto per la sua innocenza, Giuseppe Saragat, viene eletto presidente della Repubblica. Arriva la grazia, ma il programma nucleare italiano non si riprese mai. Il sospetto che dietro la condanna, senza prove, ci fosse la guerra tra il petrolio e l’atomo, tra chi importava energia e chi voleva produrla. Non lo sapremo mai con certezza. Sappiamo però che il primo reattore che l’Italia ha spento non era di cemento: era un’ambizione.
Il resto lo ricordiamo tutti, e chi non c’era lo ha sentito raccontare. Il 26 aprile 1986 a Chernobyl salta il reattore numero quattro. Non è Mosca a dircelo, ma sono i contatori di una centrale svedese, a duemila chilometri, a capire che dall’Est sta arrivando qualcosa. In Italia per settimane non si mangia insalata. Le madri portano i bambini dentro casa quando piove.
Le verdure a foglia larga diventano una minaccia. È la prima paura davvero europea, un continente intero che guarda in alto e non vede niente, perché il pericolo è invisibile e per questo perfetto. È qui che gli interessi economici del petrolio e la propaganda ideologica contro la modernità si saldano nel nome della paura. È il referendum che condanna l’Italia alla schiavitù energetica. L’8 e 9 novembre del 1987 si va a votare. I tre quesiti, tecnicamente, non aboliscono il nucleare: cancellano i contributi ai comuni che ospitavano le centrali, tolgono all’esecutivo il potere di decidere i siti al posto delle Regioni, impediscono all’Enel di partecipare a impianti all’estero. Nessuno però vota su quello Si vota sulla paura, che è sempre il quesito più chiaro di tutti. Vincono i sì, oltre l’80 per cento. Il governo chiude tutto. Caorso, fermo per manutenzione, non viene più riacceso Montalto di Castro, quasi finita, viene convertita a gas: un mostro di cemento in riva al Tirreno, costato migliaia di miliardi di lire, riempito di turbine e rimorsi.
L’Italia però non ha smesso di usare l’energia nucleare. Abbiamo solo smesso di produrla. È una differenza che vale una fortuna, e la paghiamo da quarant’anni.
Continuiamo a importare elettricità dalla Francia, l’ha ricordato anche Giorgia Meloni commentando il voto di ieri. Basta salire al Frejus o guardare verso il Rodano: le torri di Bugey, di Saint-Alban, del Tricastin sono lì, a poche decine di chilometri dal confine. Se un giorno dovesse succedere qualcosa, il vento non chiederà il passaporto. È la forma più raffinata di ipocrisia: delocalizzare il rischio e chiamarlo scelta di civiltà. Poi c’è il conto. Le centrali che abbiamo spento non sono sparite. Sono ancora lì, sorvegliate, smontate pezzo per pezzo, e lo smantellamento lo paghiamo ogni due mesi in bolletta. Soprattutto: non abbiamo mai costruito il deposito nazionale per i rifiuti radioattivi.
Le scorie di allora, più quelle degli ospedali e dell’industria, stanno ancora sparse in depositi provvisori lungo la penisola. Un Paese che ha detto no al nucleare nel 1987 non ha saputo, in quarant’anni, nemmeno scegliere un posto dove mettere quello che aveva già. Il no era più facile del dove.
Nel 2011 ci riprovarono, e arrivò Fukushima a tre mesi dal voto. Un altro referendum, terzo quesito, scheda grigia e finisce malissimo, più del 90 per cento vota di fatto contro il nucleare. La paura da queste parti vince sempre.
