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Attualità

La rete inafferrabile che celebra i killer e normalizza i violenti

Un universo di sigle transnazionali che fa della rabbia la costruzione identitaria dei membri. E che suggestiona i più giovani

Eric Harris e Dylan Klebold
Eric Harris e Dylan Klebold: autori della strage Columbine

I fatti di Roma e Lamezia Terme mostrano come il mondo oscuro in cui si infilano gli adolescenti sia un dedalo senza uscita. Per avere un’idea di come sia strutturato questo mondo, bisogna capire che ci muoviamo all’interno di una galassia di sigle evanescenti. Gli esperti parlano di edgesphere, cioè una rete transnazionale di comunità e sottoculture online che normalizzano comportamenti violenti: una zona di confine dove si incontrano celebrazioni di mass killer, sfruttamento sessuale e psicologico di minori, nichilismo, satanismo, accelerazionismo neonazista e jihadismo.

Il mondo frequentato dal 13enne che a Roma ha aggredito un’insegnante, quello della True Crime Community (TCC), è una di queste porte. Un dossier del Combating Terrorism Center (CTC) dell’Accademia militare di West Point, spiega bene il processo. In una prima fase c’è l’esplorazione di ambienti aperti: social, app, piattaforme di gaming e community come Telegram. Poi si passa ai gruppi chiusi, dove l’interesse per gli autori di atti violenti diventa costruzione identitaria per tutti i membri del gruppo. Per entrare in queste community bastano foto, meme e discussioni. Poi una parte della comunità cerca notorietà imitando altri aggressori, con l’obiettivo di essere celebrata a sua volta online. Negli ambienti accelerazionisti questo meccanismo assume persino un nome: alcuni attentatori vengono trasformati in «saints», santi. Anche se la sparatoria alla Columbine del 1999 rappresenta quasi l’atto fondativo della galassia, conta soprattutto il meccanismo della citazione continua: un aggressore riproduce il gesto di un predecessore; l’attacco successivo riproduce quello precedente e così via. In questo modo si crea una memoria cumulativa di una violenza che diventa performance. Nel mondo del TCC il «santo» viene venerato soprattutto per aver realizzato un «evento mediatico» e il successo viene misurato in termini di notorietà. Gli esperti di terrorismo sottolineano come uno dei fattori centrali di queste comunità sia il clout chasing, cioè la ricerca della notorietà come motore degli atti violenti. Non solo: documentare e mostrare questi episodi diventa più importante della ragione per cui il crimine viene commesso. Il TCC rappresenta un ambiente pre-ideologico dal quale si può passare ad altri punti della galassia, come la violenza nichilista, che aggiunge elementi di misantropia, distruzione e caos, fino ai gruppi accelerazionisti. Oppure si può passare alle reti Com/764 o agli ambienti neonazisti e jihadisti. Secondo l’associazione francese Point de Contact, queste cerchie si autoalimentano quasi senza leader: se il gruppo attribuisce prestigio a chi produce contenuti estremi, per tenere in piedi tutto basta l’incentivo sociale. In un sistema simile è complicato smantellare le community, perché si arriva a un paradosso: un adolescente che ha aggredito un’insegnante e che verrà «disconnesso» dal gruppo rimane comunque al suo interno grazie al contenuto che ha prodotto, fornendo nuovo materiale capace, a sua volta, di influenzare altri potenziali autori di violenza.

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