Non serve andare a cercare in chissà quale situazione disagiata. Può capitare in molte case, senza che i genitori se ne accorgano subito: una chat, frequentazioni on line tanto estreme quanto «affascinanti», sfide, prove di iniziazione e - capita - che un ragazzino perda il senso del confine tra videogioco e realtà. Canalizzando la rabbia in una «missione» punitiva e normalizzando la violenza.
«Quello che sta accadendo è un vero allarme sociale. La radicalizzazione online coinvolge sempre più spesso preadolescenti, attraverso i social network e i sistemi di messaggistica, e può riguardare qualsiasi famiglia» ci spiega Carlo Foglieni, avvocato difensore del ragazzo di 13anni che lo scorso marzo accoltellò la prof in un istituto di Trescore Balneario, provincia di Bergamo. Dopo di lui i casi di aggressioni a scuola sono accaduti in varie città, fino a quelli di questi giorni a Roma Centocelle e Lamezia Terme.
Non c’è un’ideologia dietro queste azioni, non c’è indottrinamento. C’è solo una pericolosissima canalizzazione dell’odio. «Oggi basta uno schermo per entrare in contatto con persone e contenuti pericolosi - riflette il legale Foglieni - È necessario prestare particolare attenzione alle reti e agli ambienti di estremismo violento di matrice nichilista, che usano il web per adescare, manipolare e radicalizzare i ragazzi più vulnerabili, fino ad addestrarli a compiere atti atroci e, sempre tramite il web, a fornire loro gli strumenti necessari per farlo».
«Le prime vittime sono i professori, che affrontano direttamente nelle classi le conseguenze della radicalizzazione. Subito dopo vengono le famiglie, che ne subiscono gli effetti e spesso si trovano a dover gestire situazioni difficili senza strumenti adeguati. E, infine, ci sono i ragazzi stessi, che rischiano di rovinarsi la vita, anche perché possono essere sottoposti a misure di sicurezza che, in alcuni casi, possono tradursi di fatto in una sorta di ergastolo bianco».
Pensare che la deriva violenta possa «risucchiare» un ragazzino arrabbiato dietro a qualsiasi tastiera è una piaga da ricucire al più presto. A cominciare dal divieto social sotto i 14 anni e da un’educazione sui media. «È un problema che riguarda tutta la società e richiede consapevolezza, prevenzione e responsabilità. Il vecchio monito di non accettare caramelle dagli sconosciuti vale oggi anche online: lo sconosciuto può essere dall’altra parte dello schermo, entrare nella vita di un ragazzo e sfruttarne le fragilità senza che la famiglia se ne accorga».
