Se dovessi farmi l’esame di coscienza che non ho alcuna voglia di farmi, probabilmente troverei delle pecche in come, nella vita, ho amato chiunque. Mogli, donne, figli, parenti, amici... qualche volta è stata sciatteria, altre supponenza, altre ancora semplice disattenzione. La più infida di tutte le insidie. Ma di una cosa sono certo: gli animali li ho sempre amati bene. Cavalli, cani, gatti, persino un topolino di campagna che veniva a farmi visita in una casa di un secolo fa, durante le mie cene solitarie di ritorno dal Corriere della Sera a notte fonda, quando la mia famiglia dormiva già da ore. Però i gatti, in particolare, sono sempre stati le mie creature d’elezione. Le sento già le vostre obiezioni: facile così, a un animale non è complicato voler bene. Allora vi dico: non avete mai conosciuto davvero un gatto. L’amore con lui è un assalto di fioretto, come per la più complicata e intrigante delle donne. Bisogna comprendere le distanze, gli avvicinamenti, gli umori, le ritrosie e l’anima sorniona con la quale respingono, attraggono e in ogni caso pretendono di decidere il ritmo. Forse avrei dovuto, potuto imparare di più da questa affascinante, defatigante relazione. E applicarla ad altri rapporti. Ma è sempre stato uno sforzo felice e spontaneo che ho circoscritto a loro: ai miei amati mici. Sapere che tra i cinque gatti da poco nati al castello Sforzesco di Milano (che poi saranno gli ultimi perché tutti gli esemplari sono stati sterilizzati) c’è n’è uno che si chiama Vittorio in mio onore e una che si chiama Enoe in onore di mia moglie, mi ha commosso e illuminato. Mai avrei pensato di sentirmi tanto rappresentato da un’onorificenza in vita mia. E qualcuna l’ho ricevuta. Chi lo ha fatto, chi lo ha deciso a mia insaputa mi ha permesso capire esattamente come vorrei essere ricordato. Nel corpo ignaro e peloso dell’unico essere che mi ha tenuto legato sempre, senza mai imbolsirmi e facendomi innamorare ogni giorno.

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