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Attualità

Mazzola e Facchetti, quella visita al bambino ferito nella strage di Piazza Fontana

Gianfelice Facchetti racconta un episodio rimasto quasi sconosciuto: dopo la strage del 12 dicembre 1969, suo padre Giacinto e Sandro Mazzola lasciarono il ritiro dell’Inter per andare in ospedale da un ragazzino che aveva perso le gambe e sognava di diventare calciatore

Mazzola

Gianfelice Facchetti ha una memoria che profuma di stadio e di famiglia, e sceglie di condividerla con una precisione quasi chirurgica. L’aneddoto che racconta, e che affida in esclusiva a chi scrive, riguarda il 12 dicembre 1969, il giorno della bomba di Piazza Fontana.

Tra le vittime di quella strage, un bambino perse le gambe. Voleva diventare un calciatore, sognava di essere il nuovo Sandro Mazzola. La partita dell’Inter, racconta Facchetti, venne rinviata, ma il tecnico Helenio Herrera decise comunque di tenere la squadra in ritiro. Fu allora che Giacinto Facchetti e lo stesso Sandro Mazzola lasciarono il gruppo per andare in ospedale a trovare quel ragazzino.

Un gesto piccolo, quasi silenzioso, ma che Gianfelice Facchetti racconta oggi come il simbolo di un’epoca intera. Erano gli anni in cui i calciatori vivevano in mezzo alla gente, non dietro le vetrate dei social. Si incontravano per strada, nei bar, nei cortili di periferia. Non c’era distanza tra il mito e il tifoso, tra l’eroe e il ragazzino che lo sognava di notte.

Oggi, osserva Facchetti, i calciatori hanno milioni di follower ma un legame molto più lontano, quasi disincarnato, con chi li ammira. Uno sguardo attraverso uno schermo, non più una stretta di mano allo stadio. E il calcio, dice, ne uscirebbe arricchito se tornasse a coltivare quella vicinanza perduta. Perché di uomini come Sandro Mazzola, oggi, semplicemente non ce n’è più.

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