Lara Cardella è una scrittrice. Aveva diciannove anni quando fu travolta dal successo del libro dal titolo provocatorio: «Volevo i pantaloni». Che fu tradotto in molte lingue e diventò anche un film. Oggi ha 56 anni e la vita è diventata dolorosa. Poco meno di un anno fa suo figlio è stato arrestato, accusato di violenza sessuale, ed è ancora in carcere. Poco prima a lei era stato diagnosticato un cancro. In marzo è morto il suo papà, amatissimo.
Lara, come sta?
«Rabbia. Tanta tanta rabbia».
Verso chi?
«Da quando ero piccola ho sempre avuto un ideale: la giustizia. Ho sempre creduto nella giustizia. Questa idea l’ho trasmessa a mio figlio. Mi rendo conto di avere creduto in una grande stupidaggine».
Perché?
«Perché non esiste la giustizia».
Ha perso la fiducia per la vicenda di suo figlio?
«Tante cose che stanno succedendo a me potrebbero succedere a chiunque. Mi chiedo: cosa è cambiato da quando ho conosciuto il giudice Livatino? Lui ha dato tutto alla Giustizia. Anche la vita. Lo ha scannato la mafia. E ora? Chi crede più?».
Cosa non la convince?
«Credo che non possa esistere una giustizia che dà sempre ragione alla donna. Le false accuse fanno male proprio alle donne che sono vittime vere».
Perché?
«Perché è difficile credere a una ragazza stuprata se sai che esistono donne che per interessi personali portano avanti accuse e racconti falsi».
Al referendum ha vinto la squadra guidata dalla magistratura...
«Sì ma per ragioni politiche. Anch’io ho votato no. Ma se finalmente ci dessero la possibilità di votare senza condizionamenti politici, tutti voteremo per la responsabilità civile e penale dei giudici».
Lei è di sinistra?
«Molto di sinistra».
È femminista?
«No. Io sono per la parità dei diritti tra donne e uomini. A me per esempio non piace quel detto popolare La donna non si tocca neanche con un fiore».
Perché non le piace?
«Per me se una donna ti dà uno schiaffo tu fai benissimo, con la giusta proporzione, a ridarglielo».
Le femministe gridano contro il patriarcato, ma poi non scendono in piazza per difendere le donne musulmane che lo subiscono davvero.
«Proprio così. Ed è sbagliato, assurdo».
Cosa pensa del burqa?
«Follia».
Però la sinistra tende a difenderlo, e a dire che è la loro cultura.
«Non ho mai sopportato questa finzione».
Quale?
«Quella di dire che è la loro cultura e va rispettata. Che è la loro religione. No, noi dobbiamo difendere le donne alle quali è imposto il burqa. Me ne frego della religione».
La sinistra è contraria a vietare il burqa a scuola.
«Guardi che io non solo dico no al burqa a scuola, ma anche al crocifisso».
Perché il crocifisso potrebbe offendere i musulmani?
«Ma no. Perché non ha senso un segno religioso in aula. Non ha senso dire: è la religione di Stato. Lo Stato è laico».
Mi parli di suo figlio
«Mio figlio è accusato da una prostituta e da un’altra donna. È in carcere da quasi un anno. Abbiamo chiesto quattro volte i domiciliari e ci è sempre stato risposto di no. Per nessuna ragione. Mio figlio non ha subito ancora nessun processo. E nessuna condanna».
Come sono andate le cose?
«Una prostituta che lui frequentava lo ha accusato di violenza sessuale».
Accusa falsa?
«Ma certo. Lei in realtà lo aveva accusato di non averlo pagato. Si figuri che un signore scrisse a mio figlio e gli chiese di pagare, credo 2.000 euro, per ritirare la denuncia».
E lui non ha pagato?
«No».
Però sono due le donne che lo accusano.
«Si due a distanza di quattro anni. Quella di quattro anni prima addirittura diceva che con mio figlio aveva solo rapporti di amicizia. Poi è saltata fuori questa accusa».
Lei crede a suo figlio?
«Non credo mai a nessuno. Però ho letto tutte le carte. È chiarissimo che mio figlio è assolutamente innocente».
Che rapporti ha con suo figlio?
«Litighiamo spesso per tante cose, anche per la politica. Lui è destra destra, io sinistra sinistra».
Quando lo ha visto la prima volta dopo l’arresto?
«Sono andata in un ufficio del carcere, non so neanche quale, e quando ho chiesto di lui mi hanno risposto: Chi, il ragazzo che ha tentato il suicidio?».
Cosa?
«Già proprio così. Aveva tentato di uccidersi ingerendo farmaci. La prima volta che l’ho visto era in ospedale. Piantonato. Piangeva, era un bambino spaventato. Mamma - mi diceva in lacrime - mamma è tanto brutto lì».
Mi parli di lei. Ha conosciuto il successo da ragazzina. Aveva 19 anni quando scrisse «Volevo i pantaloni»
«Si, ma mi costò caro».
Perché? Fu un passo verso l’emancipazione...
«Vivevo a Licata. Dicevano che l’avevo coperta di fango. Fu un inferno. In paese mi chiamavano puttana. Mia sorella piccola non poteva andare a scuola. Manifestazioni di protesta sotto casa dei miei genitori».
Lei ha avuto solo un figlio. Ne avrebbe voluti altri?
«Sì, ma avrebbero dovuto essere identici a lui. E non era possibile».
