Il premio Nobel per l’economia 2026 va a Robert E. Hall e Michael Woodford. Oggi a Stoccolma l’Accademia reale svedese delle scienze ha assegnato il riconoscimento ai due economisti americani «per i fondamenti microeconomici della stabilizzazione macroeconomica». Hall, californiano, insegna alla Stanford University. Woodford, nato in Massachusetts, è docente alla Columbia University di New York. I due si divideranno un premio da 12 milioni di corone svedesi (1,07 milioni di euro).
La motivazione dell’Accademia
Secondo la giuria, i due vincitori «ci hanno aiutato ad appianare i picchi e gli avvallamenti dell’economia». Il presidente del comitato per il premio, John Hassler, ha spiegato che il loro lavoro ha fornito «una solida base teorica per i modelli oggi utilizzati dalle banche centrali» e dai governi di tutto il mondo. Grazie a Hall e Woodford, ha aggiunto, oggi siamo «meglio attrezzati per affrontare gli shock dell’economia, come le crisi energetiche». Lo stesso vale per i bruschi cambiamenti nei consumi delle famiglie. Woodford è stato raggiunto al telefono a New York e ha commentato a caldo: «È un onore enorme, è una sorpresa».
Hall, nel solco di Friedman
Per una volta il Nobel premia un economista che si muove nel solco di Milton Friedman. Uno dei lavori più noti di Hall è del 1978. In quel lavoro Hall prende la teoria del reddito permanente di Friedman e la combina con le aspettative razionali. Le famiglie decidono quanto spendere guardando al reddito dell’intera vita e usando tutte le informazioni disponibili. Ne discende che i consumi cambiano solo davanti a notizie davvero nuove. I bonus una tantum incidono poco sulle scelte di spesa, mentre pesano le misure percepite come stabili.
Ma il nome di Hall è legato soprattutto alla flat tax. Nel 1985 ha messo a punto, insieme ad Alvin Rabushka della Hoover Institution, il progetto di un’imposta ad aliquota unica. Il progetto prevedeva un’ampia esenzione per i redditi bassi e la deduzione immediata degli investimenti per le imprese. Friedman aveva già difeso questa idea in «Capitalismo e libertà». Negli anni Novanta la stessa idea ha ispirato le riforme fiscali di diversi Paesi dell’Est europeo, a partire dall’Estonia. In Italia la tassa piatta è una bandiera del centrodestra e oggi vive nel regime forfettario per le partite Iva. Hall ha anche presieduto a lungo il comitato del National Bureau of Economic Research che data ufficialmente l’inizio e la fine delle recessioni americane.
Woodford, la forza degli annunci
Accanto all’economista di scuola friedmaniana, l’Accademia non poteva lasciare fuori un esponente della corrente oggi dominante. Woodford è il teorico di punta della politica monetaria neokeynesiana. Il suo trattato «Interest and Prices», uscito nel 2003, è diventato un testo di riferimento per le banche centrali. Il suo nome circolava da anni fra i favoriti: già nel 2024 era tra i candidati più accreditati.
L’idea chiave di Woodford è che la politica monetaria agisca soprattutto attraverso le aspettative. Il livello dei tassi di oggi conta meno di quello che i mercati si attendono per i mesi e gli anni a venire. Da qui nasce la forward guidance: annunciare in anticipo il percorso dei tassi è già, di per sé, politica monetaria. Woodford ha sistematizzato questa tesi al simposio di Jackson Hole del 2012. La Federal Reserve l’ha poi fatta propria, seguita dalla Bce dal luglio 2013. L’Accademia lo riconosce nella motivazione. Le comunicazioni di banche centrali e governi, si legge, «influenzano questa visione del futuro e spingono l’economia nella giusta direzione».
Il filo rosso che unisce i due premiati
Il trait d’union fra i due è proprio il comportamento razionale di famiglie, imprese e mercati. La giuria ha sottolineato che Hall e Woodford non hanno fondato i modelli su semplici legami statistici fra inflazione, produzione e consumi, ma «hanno scelto di costruirli su fondamenta microeconomiche». Per Hall i consumi si adeguano alle aspettative sul futuro. Per Woodford annunciare la politica monetaria significa già farla.
La lezione vale per i banchieri centrali quanto per i governi: credibilità e stabilità delle regole contano più degli interventi estemporanei. In Italia questo principio ha trovato applicazione nella scelta di rendere strutturale il taglio del cuneo fiscale, invece di rinnovarlo di anno in anno.
