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Il fratello della vittima: “Per El Koudri vorrei l’ergastolo. Ho capito subito che era attentato”

Il fratello della donna uccisa nell’assalto chiede giustizia e si dice amareggiato dalla politica: “Nessuna solidarietà”

Auto e coltellate, tattica jihadista. E ora indaga l'antiterrorismo

«Io vorrei che Salim El Koudri fosse condannato all’ergastolo, magari ostativo. L’ho promesso a mia madre, che ha ottant’anni, e ha perduto una figlia per colpa di quel terrorista feroce. Le ho detto: stai tranquilla, non mollerò mai, voglio la verità, voglio una sentenza giusta. La devono a te, la devono a noi e a Monica ». Parla così Giovanni Esposito, il fratello di Monica Esposito, la donna di 56 anni morta alla fine di luglio, dopo due mesi di agonia. Era stata travolta il 16 maggio, a Modena, dalla Citroen lanciata a 100 km all’ora su via Emilia, al centro di Modena, da El Koudri, ragazzo italiano di origini marocchine, trentun’anni, laureato, in cerca di lavoro.

Signor Esposito, parliamo di quel giorno. Lei dov’era quando sua sorella fu falciata?

«Era il compleanno di mio figlio Riccardo, 20 anni. Lo avevo accompagnato a Bologna per un concerto. Poi ero tornato a casa e avevo visto in televisione le immagini della strage. Orrende. Ma non sapevo ancora che c’era mia sorella e mio cognato coinvolti. Poco dopo ha suonato il telefono, era l’altra mia sorella che mi avvisava del fatto che Monica era stata colpita. Le condizioni di Monica erano disperate. L’ho potuta vedere solo la mattina dopo. Ho capito subito che non c’era niente da fare».

I giornali e le tv parlavano di incidente, di malattia mentale dell’autista

«Io quella stessa sera sono andato sul luogo della strage. Ho trovato tutto perfetto, tutto in ordine, pulito. Neanche un segno di quella tragedia. Ho capito già che qualcosa non mi tornava, c’era chi voleva sminuire l’evento, dimenticare subito, fare passare il tutto come uno sfortunato incidente».

La città era scossa?

«Sì la città era molto scossa, cionostante quella stessa sera Confcommercio Modena ha confermato “la cena in piazza Roma “, a cui ha partecipato l’ex sindaco di Modena, Pd, Muzzarelli, attuale consigliere regionale. Ho trovato inaccettabile e irrispettoso che ci sia stata una festa in piazza. Io mi aspettavo il lutto cittadino e immaginavo che avrebbero cancellato ogni evento, invece hanno mancato di rispetto a noi familiari e a tutta la collettività».

Come familiare di una vittima si è sentito poco rispettato?

«Rispetto e vicinanza umana per me, per i miei fratelli e per mia madre zero. Nessuno ci ha mai contattato. Il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, già quella sera, nella prima intervista, ha iniziato a dire che era stato solo l’azione di un malato di mente»

Questo l’ha fatta arrabbiare?

«Sì, molto. Ho avuto una vita difficile. Ho due figli. La più grande soffre della sindrome di down. Otto anni fa è morta mia moglie di aneurisma. Mio figlio aveva 12 anni, mia figlia 16. Ho superato molti dolori, ma almeno questa volta mi aspettavo solidarietà e soprattutto verità».

Invece zero solidarietà?

«Peggio. Già quella sera sono iniziati i miei problemi con il sindaco di Modena. Poi sono cresciuti quando sono stato intervistato dalla giornalista di Fuori dal Coro". In quella intervista ho detto che per me l’autore della strage è un terrorista e che le istituzioni ci avevano abbandonato come famiglia Esposito».

Oggi lo ripeterebbe?

«Certo. Ne sono sicuro. Lo ripeterò fino alla morte. Su questo non arretro di un centimetro».

Perché ha subito pensato che non fosse un pazzo ma un terrorista?

«La tecnica dell’auto lanciata contro la folla è una tecnica sperimentata dalle organizzazioni terroristiche. Usata a Nizza, usata in Germania. In forme identiche all’attentato di Modena».

Il sindaco non era d’accordo?

«No, e mi ha verbalmente attaccato durante una seduta del Consiglio Comunale del 15 giugno. E non è normale che un sindaco attacchi frontalmente un familiare della vittima. In consiglio mi ha denigrato come persona. Ha detto “Giovanni Esposito è in malafede e sta strumentalizzando il dolore proprio e altrui».

Avete fatto querela?

«Si. Querela per diffamazione aggravata».

Ora cosa si aspetta dalla giustizia?

«Attendiamo l’esito della perizia psichiatrica sul terrorista. Arriverà tra una settimana. Poi vogliamo un processo e una sentenza giusta. Senza sconti e scorciatoie».

E dalla politica cosa si aspetta?

«Che nessuno cerchi di strumentalizzare. Che si rispettino le famiglie. Nessuno cavalchi l’onda. Anche perché nessuno, ripeto nessuno, né da destra né da sinistra, in tutti questi mesi si è fatto sentire con noi. Al funerale non c’era neanche un rappresentante delle istituzioni nazionali. Ora, invece di scannarsi tra loro, trovino il tempo magari per fare una visita a mia mamma ottantenne».

Qual è il suo orientamento politico?

«I miei valori sono di estrema sinistra, partecipavo alle attività di Leoncavallo da giovane e ho il tatuaggio di Che Guevara. Per cui basta, qui la politica non c’entra nulla, la mia è una battaglia per fare emergere la verità e perché ci sia giustizia vera, senza preconcetti e ideologie».

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