C’era una volta la Germania, intesa come «locomotiva dell’Europa» nel settore automotive, con il gruppo Volkswagen dominante anche in Cina. Il Dragone come miniera d’oro. Prima che nel settembre 2015 esplodesse il Dieselgate (o Volkswagen-gate, visto il coinvolgimento diretto costato più di 30 miliardi), il gruppo veleggiava senza problemi, tanto che l’allora ceo Martin Winterkorn, dimessosi poi a causa dello scandalo delle centraline truccate, non aveva problemi a dire di aver creato in 7 anni ben 140mila posti di lavoro, di cui 55mila in Germania.
Ma tutto è rapidamente cambiato: il Dieselgate ha fornito un incredibile assist all’ideologia, complici gli stessi costruttori (altre case sono state coinvolte nella vicenda) che per farsi «perdonare» hanno detto sì a quelle norme Ue di cui ora pagano le conseguenze. Anzi, a subire i danni più rilevanti sono i lavoratori: oltre 100mila quelli che Volkswagen vuole spedire a casa (4 le fabbriche tedesche in bilico) e 13mila i tagli annunciati da Bosch.
E, se non basta, si agisce sulle buste paga: lavorare di più senza aumenti di stipendio. È il caso di Mercedes-Benz che intende portare a 40 le ore settimanali senza intervenire sui salari. Inoltre, porte spalancate da parte di Bmw a chi accetta di uscire in cambio di incentivi personalizzati, anche piuttosto corposi.
La situazione tedesca è assai pesante. La Cina da mercato di riferimento si è trasformata in mercato chiuso e, con il suo export, ha invaso l’Europa. I big dell’ormai ex locomotiva sono quelli che più hanno accusato il colpo. «Pechino produce troppe auto, l’Europa ha troppe fabbriche e sta quindi importando non solo auto cinesi, ma anche la deflazione dei prezzi», la sintesi di Kevin Thozet (Carmignac).
Solo per Volkswagen la perdita operativa è abissale (5,8 miliardi nel terzo trimestre), il doppio delle stime, mentre la produzione è crollata del 16%. Giù pure i ricavi nel periodo: -6,3%. Paradossalmente, a pesare sulla redditività è anche la crescita della domanda di auto elettriche: i margini assicurati da questi modelli, infatti, sono inferiori rispetto
a quelli ottenuti con vetture comparabili dotate di motore termico. È stata così sospesa, per ora, la produzione della Golf 100% a batteria. Sempre Vw ha poi annunciato di voler produrre ed esportare dalla Cina, in virtù dei costi minori, 300mila auto annue entro il 2030, con buona pace dei lavoratori tedeschi. Audi, marchio premium della galassia, investirà 4 miliardi di dollari con 4.500 nuovi posti negli Usa, facendo felice Donald Trump alla vigilia delle elezioni di metà mandato.
Il ceo di Volkswagen, Oliver Blume, ha intanto varato il piano For Europe allo scopo di far ritrovare al gruppo il ruolo di motore per il futuro e la competitività dell’Europa. «Vogliamo favorire - spiega Blume - una più stretta collaborazione tra industria e politica: le imprese devono fare la loro parte e le istituzioni devono creare condizioni quadro adeguate». Un’ammissione tardiva degli errori reciproci commessi anni fa.
