«Il riassetto di Delfin era pronto, ora il board deve spiegare l'alternativa». Leonardo Maria Del Vecchio va all'attacco in una lettera che è stata pubblicata, e rilanciata, ieri sera sul sito di Qn ovvero il gruppo di cui è editore. Il consigliere di EssilorLuxottica e fondatore di LMDV Capital ha deciso di intervenire in vista dell'assemblea di Delfin che è stata convocata per il 30 giugno con l'obiettivo di chiarire la propria posizione sullo stallo del riassetto azionario della holding di famiglia di cui punta a consolidarsi come primo socio.
La cassaforte dei Del Vecchio aveva trovato una via d'uscita dall'impasse successoria: Leonardo Maria avrebbe rilevato le quote dei fratelli Luca e Paola, diventando il primo socio della holding con il 37,5% del capitale. Il 26 aprile sembrava cosa fatta: operazione da 10 miliardi, via libera degli eredi, sostegno delle banche e dividendi fino all'80% degli utili 2025-2027. «Davanti all'assemblea di EssilorLuxottica, Francesco Milleri disse: Semplificare è sempre una cosa buona richiamando l'insegnamento di mio padre. Era esattamente ciò che speravo di sentire. Poi qualcosa si è complicato».
Il finanziamento è infatti finito nel pieno del risiko bancario italiano, in un momento in cui gli stessi soggetti potevano trovarsi, a seconda del tavolo, finanziatori, partecipate, controparti, potenziali acquirenti. Del Vecchio racconta che a quel punto le banche hanno iniziato a chiedere protezioni ulteriori. Ricordiamo che Delfin detiene anche il 32,4% di EssilorLuxottica, il 10% di Generali, il 17,5% di Mps e il 2,7% di Unicredit. Quote che valgono complessivamente circa 45 miliardi. Ed è qui che si è creato lo scontro: secondo quattro membri del cda su cinque sono i soci a decidere se dare in garanzia azioni delle partecipate mentre, Leonardo Maria e Milleri sostengono che secondo lo statuto è il cda a poter utilizzare la necessaria flessibilità. La questione è così diventata un tema di governance. «Se le banche sollecitavano un impegno più forte da parte di Delfin, il board aveva il diritto e il dovere di rivalutarne i rischi. Ciò avrebbe però richiesto una posizione chiara, unitaria, trasparente: quali condizioni erano cambiate, quale rischio era emerso, quale maggioranza fosse realmente necessaria. Non è andata così. Il consiglio non si è allineato». Del Vecchio non entra nel dettaglio, ma a schierarsi contro la richiesta di maggiore flessibilità da chiedere alle banche sarebbero stati Romolo Bardin, Mario Notari, Aloyse May e Giovanni Giallombardo. Insomma, solo Milleri era d'accordo. «C'è chi ha invocato la litigiosità familiare come spiegazione per lo stallo. Ma quella spiegazione non regge», scrive ancora, «perché lo stallo è arrivato da altrove». Per questo davanti ai soci il 30 giugno «non mi presenterò per dichiarare una rinuncia, né per raccontare un ripensamento. La mia disponibilità a completare l'operazione rimane, purché vengano ripristinate chiarezza, coerenza e sostenibilità finanziaria», assicura.
«Il 30 giugno vorrò capire perché le cautele del board siano emerse solo dopo il voto favorevole e dopo dichiarazioni che descrivevano il riassetto come un elemento di stabilità» e «perché, nel momento in cui si poteva voltare pagina, qualcuno abbia scelto di alzare un muro». Il 30 giugno, conclude la lettera, «si affronterà qualcosa di più profondo: la natura stessa e il futuro di Delfin».