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Disastro ex Ilva, in gioco c’è lo 0,8% del Pil del Sud

A rischio anche i settori collegati La sfida del rilancio

La crisi dell'acciaio L'impianto dell'ex Ilva a Taranto

L’annoso e irrisolto problema che riguarda il vertice italiano, fino a pochi anni fa anche quello europeo, della siderurgia sembra essere arrivato al capolinea con l’ex Ilva di Taranto; insieme ad oltre 10mila occupati, comprese le filiere costituite da pmi e micro imprese.

Un atto che è stato deciso per un dolorosissimo abbandono obbligatorio, imposto dal grado più alto delle magistratura italiana: la Corte Costituzionale. Un percorso disastroso analogo a quello di Alitalia, durato come questo ben oltre vent’anni. La decisione contrappone il diritto al lavoro con quello per la salute a livello dell’intero fronte del Mezzogiorno. L’impatto che si avrebbe da una chiusura o da un ridimensionamento drastico dell’ex Ilva si attesterebbe intorno allo 0,8% del pil del Sud. Ciò nonostante la massima Corte ha deciso che sia più rilevante il diritto alla salute.

È bene soffermarsi su

una decisione che appare convincente solo a metà. Visto un trascorso di lotta per la supremazia di uno dei due diritti che va anch’esso dai tempi dell’Iri, prosegue a quelli dei Riva, per poi sfociare in Arcelor Mittal e finire sulle gestioni straordinarie.

C’è da domandarsi quanto si indebolisca l’industrializzazione Italiana, visti quanti sono i comparti interessati alle produzioni ex Ilva. E ancora quale possa essere l’alternativa per i lavoratori di accedere a nuove, ma inimmaginabili, possibilità di impiego.

Sicuramente alla prima domanda i numeri parlano chiaro e ci dicono che si può aggirare intorno al mezzo punto percentuale di Pil nazionale, il doppio sarebbe stato con ancora la presenza di uno sfavillante settore automotive. Alla seconda domanda, quella dell’occupazione, a livello nazionale è poco più che insignificante. Quanto invece a Taranto l’impatto di una chiusura o di un

ridimensionamento drastico, come quello prospettato dalla chiusura dei forni a caldo, si aggirerebbe intorno allo 0,8% del pil del Sud e di almeno dieci volte sul tessuto socio economico della sola Taranto e dintorni. Infine sull’alternativa di riuscire a realizzare anche solo la metà dei nuovi posti di lavoro, non si può che rinunciare anche solo a presumerla. Certo che se si riuscisse a trovare investitori italiani che decidono di insediarsi, non necessariamente nella sola Taranto, e si impegnano prima a riorganizzarne le produzioni, limitando al massimo la perniciosa incidenza ambientale sulla salute, riuscendo ad incidere sulla marcata fase di deindustrializzazione in corso in Italia, si dovrebbe almeno tentare.

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