Dall’acciaio agli immobili. Il gruppo americano Flacks lascia la partita siderurgica dell’ex Ilva e punta al patrimonio immobiliare di Taranto. Dopo essere stato scelto dai commissari straordinari la scorsa primavera come partner d’elezione per rilevare l’acciaieria in amministrazione straordinaria, il player americano ha vissuto una parabola discendente negli ultimi mesi e con la comparsa sulla scena di Jindal, prima, e della cordata italiana, poi, ha deciso di cambiare obiettivo. D’altra parte, dopo i primi entusiasmi, i commissari hanno detto categoricamente no alle mire a stelle e strisce pretendendo garanzie finanziarie mai arrivate. Garanzie che per altro anche gli indiani di Jindal avrebbero fornito in minima parte.
Con la svolta made in Italy - impressa dalla cordata di imprenditori che stanno studiando la presentazione di una offerta vincolante per l’area a freddo - Flacks avrebbe quindi capito di non poter più far parte della partita, decidendo di cambiare obiettivo. «Nelle prossime settimane cercheremo di formalizzate una offerta ai commissari che riguarda il patrimonio immobiliare di Taranto in pancia all’ex Ilva, obiettivo che riguarda solo il capoluogo pugliese e non gli eventuali immobili del gruppo che sono presenti nell’area ligure», conferma Michael Flacks al Giornale spiegando che la sua società si occuperà anche delle eventuali bonifiche e dello sviluppo commerciale di queste aree.
«Non ho più alcun interesse ad acquisire l’attività dell’Ilva e non parteciperemo alla prossima procedura; purtroppo, la mia prossima offerta non includerà l’assorbimento di alcun dipendente». Un obiettivo sicuramente alla portata della società visto che Flacks Group gestisce oggi un portafoglio immobiliare di oltre 5 miliardi di dollari e si concentra su immobili commerciali e industriali dismessi o in difficoltà finanziaria, spesso gravati da passività ambientali o complesse situazioni di riqualificazione. Il family office ha progetti distribuiti a livello internazionale in Nord America, Europa e Asia.
Al momento, gli spazi immobiliari non più funzionali alla siderurgia (circa 170 ettari) sono oggetto di un tavolo di coordinamento istituzionale. Ma lo stop dell’area a caldo mette sul piatto ben altro: l’area di altiforni e cokerie che non rientreranno nell’offerta italiana.
In merito a quest’ultima, a settembre si capirà se la manifestazione di interesse dei 14 gruppi siderurgici italiani potrà trasformarsi in una offerta vincolante. I tempi sono stretti e i nodi da sciogliere ancora molti. Va definito da zero un piano che regga alla luce dell’impossibilità di produrre a Taranto. Sullo sfondo c’è poi tutta la partita occupazionale con almeno la metà dei dipendenti, circa 4500, a rischio. «È urgente un confronto tra le istituzioni locali e nazionali, per verificare se esistono industriali disposti davvero a metterci del loro per realizzare un piano straordinario, ma in loro assenza serve che lo Stato si assuma la responsabilità con un intervento pubblico diretto. Non possono essere cittadini e lavoratori a pagare il prezzo degli errori. L’Italia ha bisogno di Taranto e Taranto ha bisogno dell’Italia», ha detto ieri il segretario generale della Fiom Cgil, Michele De Palma in attesa che si convochi, settimana prossima, il tavolo per l’ex Ilva.
