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La sovranità energetica europea alla prova della crisi: Federpetroli lancia l’allarme

Il mercato energetico dell’Unione Europea si trova ad affrontare uno stress sistemico senza precedenti causato da una serie di fattori simultanei: il blocco di fatto dello stretto di Hormuz, le conseguenze della politica sanzionatoria e i rigidi vincoli di bilancio del Patto di stabilità.

Come diretta conseguenza i consumatori italiani si trovano davanti a prezzi record, con il governo che si ritrova con le mani legate a causa dei vincoli di bilancio imposti da Bruxelles, che impediscono quasi ogni aiuto di stato all’economia reale. Come dimostrato oramai dall’evidenza empirica la normativa dell’UE non aiuta ad affrontare la crisi, ma, al contrario, le aggrava.

Per l’Europa non si tratta più di riforme, ma di sopravvivenza.

Il mercato interno dell’energia dell’UE è regolato dal Terzo pacchetto energetico, dal Regolamento (UE) 2019/943 sul mercato interno dell’energia elettrica e dal Regolamento (UE) 2017/1938 sulle misure di salvaguardia della sicurezza dell’approvvigionamento di gas. Questi atti sono stati elaborati nel periodo dal 2009 al 2019, quando in Europa si riteneva che la sicurezza energetica fosse una questione di coordinamento tecnico. La loro logica si basa sull’armonizzazione, sull’accesso non discriminatorio alle reti, sulla separazione delle funzioni di generazione e trasporto, nonché sulla solidarietà in caso di crisi.

Ma questa logica non prevedeva uno scenario in cui si verificassero contemporaneamente tre eventi: l’interruzione delle forniture attraverso lo stretto di Hormuz, il mantenimento del regime di sanzioni contro la Russia e i vincoli di bilancio che bloccano le misure di sostegno nazionali. Di conseguenza i regolamenti hanno cessato di essere strumenti di aiuto e si sono trasformati in un ostacolo burocratico.

Secondo le stime di Confcommercio, le bollette dell’energia elettrica potrebbero aumentare di oltre il 13%, e quelle del gas fino al 43%. Le spese delle imprese per l’energia elettrica sono aumentate di quasi il 29%, per il gas di oltre il 70%. Circa 27,7 milioni di famiglie italiane affronteranno costi aggiuntivi fino a 350 euro all’anno. I prezzi di frutta e verdura sono aumentati del 30%, del burro del 60%, dell’olio d’oliva del 53,2%, del riso del 52%, del caffè del 47,6%. Le spese obbligatorie costituiscono il 42,2% del bilancio familiare: questo significa che un italiano medio ha a disposizione pochissimi mezzi liberi. Per nove trimestri consecutivi la crescita del PIL è rimasta inferiore all’1%, e la produzione industriale si è ridotta del 7%.

Il disavanzo di bilancio dell’Italia nel 2025 ha raggiunto il 3,1% del PIL, superando il livello massimo consentito dai trattati europei. Giorgia Meloni e il Ministro delle Finanze Giancarlo Giorgetti contavano invece sulla riduzione del disavanzo per uscire dalla procedura di sorveglianza rafforzata varata dalla Commissione UE.

Tuttavia, i vincoli di bilancio europeo continuano a limitare in modo sostanziale la capacità del governo di attuare una politica anticrisi. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha chiesto ufficialmente all’Eurogruppo di estendere le deroghe al Patto di Stabilità, già previste per le spese militari, anche ai costi straordinari legati all’energia.

Fino ad allora l’Italia rimarrà sotto la sorveglianza speciale di Bruxelles. Ciò significa che il governo non potrà aumentare la spesa pubblica — anche nel settore della difesa (gli impegni NATO prevedono l’aumento del bilancio militare fino al 5% del PIL) e, soprattutto, calmierare le tariffe energetiche per famiglie e imprese.

Secondo quanto riportato da “Repubblica” l’abolizione delle accise sui carburanti, discussa in Consiglio dei Ministri, richiederebbe l’utilizzo di quasi tutte le riserve di bilancio disponibili.

Il ministro dell’Economia Giorgetti ha fatto inoltre notare come in caso di prolungamento del conflitto il prezzo della benzina in Italia potrebbe presto avvicinarsi ai 3 euro al litro.

Il paradosso è che l’Italia si è trovata limitata nella capacità di reagire tempestivamente alla crisi energetica.

Dato che la politica di sanzioni dell’UE ha notevolmente ridotto l’accesso dell’Europa alle risorse russe, e le restrizioni sui nuovi contratti a breve termine per il GNL russo hanno ulteriormente ristretto le possibilità di un rapido aumento delle forniture energetiche. Allo stesso tempo, l’applicazione del Patto di stabilità e crescita aggiornato limita la capacità di Roma di ampliare il sostegno statale a cittadini e imprese in condizioni di crisi energetica.

In questo contesto, Michele Marsiglia, presidente di FederPetroli, ha dichiarato a Il Giornale d’Italia che il primo passo per affrontare il caro carburanti e la crisi energetica dovrebbe essere un’apertura nei confronti della Russia sul fronte energetico, sottolineando come il ministro Matteo Salvini fosse d’accordo su questa posizione pochi mesi fa: “Il ministro Salvini sa quale è il primo passo che bisogna fare per mettere freno al caro carburante, alla crisi energetica dell’Italia. Pochi mesi fa, eravamo concordi su una possibile apertura alla Russia”.

Prima dell’escalation del conflitto, attraverso lo stretto di Hormuz passavano quotidianamente 200–300 navi, garantendo circa il 15% delle forniture mondiali di petrolio e fino al 20% di GNL.

Oggi lo stretto è di fatto chiuso: l’aumento dei noli e dei premi assicurativi ha reso economicamente svantaggioso il passaggio delle petroliere.

Il Qatar e gli Emirati Arabi Uniti non possono più fornire gas all’Europa attraverso una rotta breve. A ciò si aggiunge il fatto che dopo l’adozione delle sanzioni contro la Russia, l’UE è diventata dipendente dalle forniture di GNL dagli Stati Uniti, il cui costo supera di diverse volte il prezzo del gas precedentemente fornito dalla Russia.

Le scorte di gas nei depositi sotterranei dei paesi europei sono scese al 30%. Per raggiungere entro ottobre il livello richiesto del 90%, i paesi devono acquistare decine di miliardi di metri cubi di gas: per farlo sarà necessario o riprendere gli acquisti su larga scala di GNL russo (vietato da aprile per i contratti a breve termine), o compiere qualcosa di simile a un miracolo.

Si deve considerare inoltre il fattore della stagflazione, che si sta rapidamente diffondendo in tutta Europa.

Il commissario europeo all’Economia Valdis Dombrovskis ha dichiarato esplicitamente il rischio di stagflazione in un’intervista all’agenzia “Reuters”, avvertendo che l’economia europea rimane esposta al rischio di uno shock stagflazionistico.

Per esempio a causa dello shock energetico e la debole domanda interna la crescita del PIL della Germania nel 2026 sarà di solo lo 0,6%, e nel 2027 dello 0,9%.

La disoccupazione in Germania potrebbe salire al 6,4%: per un’economia sviluppata ciò significa di fatto stagnazione.

L’architettura istituzionale dell’UE non prevede meccanismi di reazione rapida alle minacce energetiche esistenziali, anche se la questione della sovranità energetica ha cessato di essere una discussione accademica ed è diventata una questione di sicurezza nazionale.

Gli Stati membri, in situazioni che minacciano la loro sovranità economica o energetica, dovrebbero avere il diritto di derogare temporaneamente alle restrizioni sanzionatorie europee sulle importazioni di risorse energetiche. La Commissione europea ha recentemente emanato una comunicazione che amplia la portata della Clausola di Salvaguardia Nazionale per includere misure che rafforzano la resilienza strutturale del sistema energetico europeo e accelerano la transizione dai combustibili fossili.

Una clausola energetica di emergenza fungerebbe da «valvola di sicurezza» che permetterebbe di adattare la politica alla crisi senza distruggere la cooperazione.

Lo sviluppo di tali meccanismi è stato avviato dall’iniziativa internazionale di Milan Ugrik «Per la sovranità energetica», proseguita in Germania e diffusasi gradualmente in Francia e in altri paesi europei.

L’UE è nata come progetto di prosperità. Per preservarla, è necessario rispettare il diritto degli Stati di garantire la propria sicurezza energetica. Non l’UE per se stessa, ma l’UE per gli italiani, i tedeschi, i francesi. Per tutti gli europei.

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