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Volkswagen, Blume valuta la retromarcia sui tagli

Un ex consigliere di fabbrica: "Impossibile cancellare stabilimenti senza accordi"

Volkswagen, Blume valuta la retromarcia sui tagli
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«Quando la fabbrica dava sintomi di raffreddore, per Wolfsburg significava polmonite. Un aforisma che fa capire lo stato d'animo dei 127mila residenti tra Wolfsburg, città simbolo del gruppo Volkswagen, e territorio circostante. Di questi, fino a 65mila hanno lavorato nello stabilimento». Chi parla è Francescantonio Garippo, 68 anni, da Palomonte (Salerno), in Germania fin da bambino, e per 46 anni in Volkswagen. Garippo è ora consigliere provinciale di Wolfsburg dopo essere stato, per 36 anni, membro del consiglio direttivo di fabbrica. Adattando il paragone dell'ex sindacalista ai giorni nostri, la febbre altissima del gruppo è stata percepita a Wolfsburg come un imminente tsunami, viste le anticipazioni sul piano del ceo Oliver Blume (in foto): 100mila - 120mila esuberi e stop a 4 impianti nel Paese.

«Per fortuna - spiega Garippo - che in Germania esiste una legge grazie a cui, in una società per azioni, per dare il consenso alla chiusura di una fabbrica è necessario il parere del consiglio di sorveglianza. In particolare, alla Volkswagen, l'azionista Bassa Sassonia ha voce in capitolo come anche la rappresentanza dei lavoratori».

E così il Cds di Volkswagen ha stabilito che la gamma dei modelli si ridurrà gradualmente del 50% e fino al 75% della complessità totale. Una strategia che punta «a concentrare investimenti e risorse di sviluppo su prodotti e tecnologie che generano il maggior valore per i clienti e il più elevato contributo di crescita per l'azienda». Previsto anche un ulteriore adeguamento della capacità produttiva (era di 12 milioni di veicoli prima della pandemia) in coerenza con la domanda annuale di 9 milioni di unità. Nessun cenno a mega tagli e chiusure.

«L'auspicio - aggiunge Garippo - è che si trovino soluzioni con lo stesso spirito di collaborazione, tra azienda e sindacato, che c'è stato nel passato. Di crisi, Volkswagen ne ha vissute, ma il gruppo ne è sempre uscito più forte. La riduzione del personale è sempre stata affrontata con prepensionamenti e senza licenziare. I contratti, l'ultimo stipulato un anno e mezzo fa, parlano chiaro: non si può decidere di punto in bianco di chiudere una fabbrica e mandare a casa la gente. Il contratto collettivo, da noi, è legge».

È bufera, intanto, sul ceo Blume, il cui gradimento da parte dei lavoratori è crollato dopo la fuga di notizie sul piano lacrime e sangue prima ancora che si aprisse la discussione. Da qui il passo indietro del top manager che al quotidiano Bild am Sonntag ha ammesso che «esistono soluzioni più intelligenti della chiusura di fabbriche». Blume ha quindi ricordato che nel 2025 il gruppo è riuscito a ridurre i costi in Germania di un quinto in media, definendo il taglio un «grande progresso».

Oltre ai costi relativamente elevati di manodopera ed energia e agli oneri burocratici, Volkswagen si è trovata a fronteggiare sia l'aumento della concorrenza sia il calo della domanda dalla Cina, mentre i dazi Usa hanno ridotto i profitti di Audi e Porsche.

A questo punto, senza il sostegno dei rappresentanti dei lavoratori, che occupano 10 seggi nel Consiglio di sorveglianza, le prospettive per il piano di ristrutturazione del ceo sono incerte.

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