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Aziende

Volkswagen taglierà un manager su quattro

In Corea arriva lo sciopero in Hyundai contro gli investimenti per gli androidi

epa07900893 A logo of German car maker Volkswagen (VW) on top of the main administration building of the Volkswagen plant in Wolfsburg, Germany, 06 October 2019. Wolfsburg is the biggest plant and headquarters of VW. EPA/FOCKE STRANGMANN

Sfiduciato dal comitato aziendale del gruppo Volkswagen («non si può lavorare con un capo azienda che non dice come stanno le cose») e in attesa di confrontarsi il 4 settembre con il consiglio di sorveglianza, il ceo Oliver Blume (in foto) continua a preparare il terreno in vista dell’ufficializzazione dei pesanti tagli tra occupati e stabilimenti. La parola d’ordine resta quella di abbattere i costi e, per questo, oltre alle maestranze nelle fabbriche, a perdere il posto sarà anche un quarto dei manager. «Tutti i settori devono dare il proprio contributo. L’obiettivo è creare prospettive solide per tutte le sedi nei prossimi 6-12 mesi. Il costo del lavoro nei siti del gruppo è più che doppio rispetto agli impianti europei comparabili e Volkswagen ha il dovere di confrontarsi con la realtà», ha spiegato Blume durante l’incontro con i lavoratori di Emden (7.700 dipendenti), uno dei quattro impianti tedeschi in bilico. A permanere, però, resta sempre l’incertezza: non esiste al momento una prospettiva certa per i siti produttivi a rischio. L’impressione è che Blume, al di là di ostentare fiducia nel portare a termine il «miracolo», non abbia ancora le idee chiare. Tra l’altro, l’azionista Bassa Sassonia, come lo stesso comitato aziendale, avrebbero pronti piani alternativi. La rappresentanza dei lavoratori parteggia, inoltre, per un maggior peso decisionale del consiglio di sorveglianza alla voce ristrutturazioni. Due le prospettive emerse: 50mila tagli, la metà dei quali in Germania, secondo il ceo; per il sindacato interno, guidato dalla combattiva Daniela Cavallo, sarebbero invece addirittura 115mila i posti a rischio nel Paese.

A proposito di riorganizzazioni produttive. In Corea del Sud si assiste alla sollevazione dei lavoratori del colosso Hyundai contro il progressivo aumento dell’utilizzo di umanoidi e dell’intelligenza artificiale nelle fabbriche. Un problema che riguarda l’intero mondo produttivo e che mette sempre più a rischio l’impiego della manodopera tradizionale. Dalle tute blu alle «tute in silicone», dunque. In 40mila hanno così scioperato. Questa protesta, comunque, rappresenta un nuovo allarme: alle varie crisi già costate posti di lavoro e con un orizzonte sempre più cupo, è ora l’innovazione galoppante a segnare una svolta: quella dell’aumento dei robot nelle fabbriche.

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