La balena bianca affascina il Pd

Nell’Emilia rossa, dove nel Pd gli ex Pci contano molto di più degli ex Dc, Franceschini, per tentare di diminuire il distacco che lo separa dal “compagno” Bersani, è costretto a metter da parte il moderatismo e ad urlare forte. Il suo bersaglio? Identico a quello del suo concorrente alla segreteria: Berlusconi. Mesi fa, tirando in ballo i figli del Cavaliere, Dario aveva esibito una visione totalitaria della politica, che spinge a giudicare la “correttezza” di un modello pedagogico e familiare.
Ieri, adeguandosi all’estremismo di Mauro e di Concita, il deputato ferrarese, figlio di Giorgio - parlamentare Dc nel ’53 e vicino alla destra di Scelba e Scalfaro -, per la sua razione quotidiana di anti-berlusconismo, ha tirato in ballo il «clima fascista», che sarebbe creato dall’«infame premier», quando osa (come si permette?) reagire alla martellante campagna contro di lui.
Quella del Pd è una linea conservatrice, puramente difensiva e unicamente «contro» qualcuno, l’odiato «Benito» di Arcore, destinata a far finire Dario nella nona posizione dei «nanetti», sconfitti dal leader del Pdl. Ma lo scrittore emiliano, meno ambizioso del «Clinton della Garbatella», non è stato sempre un arcigno difensore della Costituzione. Nel 2008, bocciò «il timore dell’uomo forte», che ha fatto parte della cultura costituzionale della Dc. E aggiunse: «Il sistema istituzionale è troppo lento, non funziona più. Bisogna pensare a una riforma, simile al Sindaco d’Italia, che rafforzi il ruolo di guida del Paese», non escludendo l'elezione diretta del premier.
Concetti innovativi, oggi ripudiati, per fare la faccia ancora più feroce di quella del grigio Bersani e urlare slogan non coraggiosi, ma timorosi dell’«uomo solo al comando», che vorrebbe concentrare tutti i poteri nelle sue mani. Nello scontro interno al Pd, Dario getta alle ortiche ogni dialogo sulle riforme, auspicato da Napolitano, e suggella il ritorno all’antica e vorace «balena bianca» di Scalfaro e al compromesso, non storico ma tattico, tra i Peppone e i Don Camillo del 2000. Ovviamente, nei comizi, Berlusconi va accostato al Duce e persino ad Attila, lo spietato re degli Unni, salvo poi postulare a Letta le poltrone che contano nella già schieratissima Rai 3.
E il fascismo, Franceschini? Non ha, forse, un po’ straparlato, come capita al protagonista del suo libro «La follia improvvisa di Ignazio Rando»? In realtà, il «partigiano» segretario, in famiglia, ha dovuto fare i conti con il fascismo, quello vero, che a Ferrara portò il nome del temuto quadrumviro Italo Balbo: squadrismo, sprangate e rivoltellate agli oppositori. Il padre della mamma di Dario, Gardenia, si chiamava Giovanni Gardini. Con la Repubblica sociale, divenne il podestà di San Donà di Piave e, dopo la Liberazione, si rifugiò presso un parente, in Umbria. Con sincerità, il successore di «Uolter» ha raccontato a Pansa la vergogna della mamma che, passando per il suo paese, chinava la testa, leggendo sui muri le terribili scritte: «A morte Gardini!». Anche per rispetto a quanti, nei fronti opposti, hanno vissuto tante tragedie e sofferenze, oggi, Franceschini eviti di raccontare agli italiani del 2009 la «Grande Bugia» del ritorno del fascismo.