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Cronaca locale

BARBARESCHI «Lo spettacolo? Morto di politica»

Il popolare (e controcorrente) attore domani sarà protagonista di un inedito «one-man-show»

C’è un film da far uscire in dvd anche in edicola. È diverso dai prodotti italiani dove si sa subito chi è il buono: l’immigrato clandestino o il malato di Aids o il gay o la gaya o la ragazza libera, meglio se di tutto un po’. E si sa chi è il cattivo: l’italiano del nord ricco e con famiglia. Quel film s'intitola Il trasformista, prodotto, scritto (con Gianfranco Manfredi) e interpretato da Luca Barbareschi. Qui tutti sono un po’ buoni e un po’ cattivi, anche il deputato «forzitaliano» che Barbareschi interpreta, perché il mondo - non solo l’Italia e Forza Italia - va così.

Signor Barbareschi, lei parlerà domani (ore 18.30, Centro svizzero, via Palestro 2) ai «Lunedì del Giornale» di politica dello spettacolo e...

«... La fermo subito. La politica dello spettacolo oggi è presto detta: la morte dello spettacolo stesso. Anche perché non c'è nessuna dinamica pensata insieme al turismo».

Facciamo l'autopsia?

«No, riflettiamo. A causa dello sciopero degli sceneggiatori americani, una celebrità come Harvey Keitel s'è detto dispiaciuto per i colleghi proprietari di ristoranti».

Ma in Italia gli sceneggiatori non scioperano e pochi attori hanno ristoranti!

«Volevo dire che negli Stati Uniti si sa che la crisi dello spettacolo origina quella del suo indotto: ristoranti, alberghi...».

Lo si sa anche a Cannes, dove la città ama il Festival, mentre a Venezia certi padroni di ristoranti e alberghi odiano la Mostra.

«Questa è un'altra storia. Restiamo a Roma, dove ci sono cinquantasei teatri: nessuno ha un repertorio fisso di opere classiche connesse alla locale tradizione».

Esempio?

«Rugantino. Non pensa che ci sarebbero abbastanza turisti per andarlo a vedere, creando lavoro?».

Resta lo spettacolo della politica. Anch'esso crea lavoro: per i magistrati.

«Con politici senza vergogna che non si dimettono e connivenza con gli inquisiti».

Connivenza di schieramento?

«Connivenza di classe politica. L'omertà è comune, perché ogni schieramento ha scheletri nell'armadio».

Altri attori o registi la pensano così?

«Vincenzo Salemme. L'ha detto pubblicamente riferendosi sia al cinema, sia al teatro».

Lei ha fatto col Gattopardo un'opera in sintonia con le sue idee, riempiendo i teatri.

«Ma anche coi teatri pieni, in Italia ci si può rimettere 160mila euro».

Perché?

«Perché, senza sovvenzioni, si dovrebbe vendere il biglietto a cinquanta euro».

Ne deduco che lei non aveva sovvenzioni.

«No».

Lei no, altri sì...

«Ne parliamo domani, col pubblico».

E come si diventa direttore di un teatro stabile?

«Appartenendo a una lobby. Ma anche questo è argomento da sviluppare in pubblico».

Ha in mente qualcosa che permetta di non rimetterci?

«Tornare al monologo, come ai tempi di Piantando chiodi con la testa».

Titolo?

«Chi è Luca Barbareschi e perché parla male di me?».

Evoca Chi è Harry Kellerman e perché parla male di me? con Dustin Hoffman.

«Infatti. Ma è solo un titolo provvisorio».

A Milano lei ha appena girato un film...

«The International di Tom Tykwer, il regista di Lola corre».

Altri interpreti?

«Clive Owen e Naomi Watts».

Recitavate in inglese?

«Sì. La sceneggiatura è di Mark Singer, un ventiseienne».

Trama?

«Come le banche indebitano sia i singoli, sia i Paesi. Un film nello stile di quelli che faceva Mike Nichols».

Lei è attivissimo in tv, con sue produzioni di successo come Nebbie e delitti...

«Sì, sempre sulla Rai il 30 andrà in onda Zodiaco di Eros Puglielli e si profila Il bambino della domenica di Maurizio Zaccaro, con Beppe Fiorello e Anita Caprioli. E produrrò una nuova versione dello Smemorato di Collegno».

Mediaset?

«Non ci lavoro da tempo».

La fiction tv è lo spettacolo che funziona meglio in Italia.

«E va fatta crescere. Si dovrebbe permettere di svilupparsi anche al teatro, senza interventismi. Che vinca il migliore: l'arte non è democratica».

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