Letteratura

Il Barone rosso, gentile e borghese

E così se ne è andato anche uno degli ultimi grandi baluardi del '900, Alberto Asor Rosa, "palindromo" per gli studenti ribelli del '77 alla Sapienza di Roma, Asor Rosé per Giulio Einaudi

Il Barone rosso, gentile e borghese

E così se ne è andato anche uno degli ultimi grandi baluardi del '900, Alberto Asor Rosa, «palindromo» per gli studenti ribelli del '77 alla Sapienza di Roma, Asor Rosé per Giulio Einaudi, suppongo con simpatia, e «Asor nome gentile» nell'epigramma che gli dedicò Montale, sicuramente acido come solo il vecchio Montale sapeva essere. Ho incontrato Asor Rosa una volta sola nella mia vita. E mi stupì la cordialità, certo non priva di condiscendenza da cattedratico, con cui mi venne incontro pronunciando il titolo del mio libro di poesia più noto, L'Oceano e il Ragazzo. Persino a cena conversammo senza screzi polemici. Quello che poteva agire da collante tra noi era certo la comune stima per Italo Calvino, lo sponsor maggiore di quel mio libro, e gli interessi rivolti al Barocco, e ai suoi poeti. Per il resto mi sono sempre sentito estraneo al mondo di Asor Rosa. Per chi come me era studente di Lettere negli anni '60 del secolo scorso, il suo nome aveva un valore mitologico. Fiorivano leggende che da Roma arrivavano sino a Milano in via Festa del Perdono, sul professore di Letteratura italiana autore di Scrittori e popolo che era anche un capo politico, un ispiratore della sinistra operaista, un nume tutelare della rivoluzione. Nella più prosaica realtà, Asor Rosa, entrato nella Federazione giovanile comunista nel '52, ne era già uscito nel '56, dopo i fatti d'Ungheria. Ma ne era uscito non verso sponde liberali, ne era uscito andando più a sinistra, incontrandosi con la filosofia operaista di Mario Tronti e Raniero Panzieri. Dopo il Settantasette, quando la ribellione giovanile, con gli Indiani metropolitani prese una piega più ludica prima, poi più violenta, Asor Rosa, impressionato dalla cacciata di Luciano Lama dall'Università se ne tornò nel Pci via Psiup, e fece una breve esperienza di parlamentare sedendo alla Camera. Dichiarò in un'intervista del 2013: «Per me la politica fu un impegno ineludibile, ma filtrata dalla mia vocazione intellettuale e culturale». Le contraddizioni in cui visse la sua vocazione sono molte. Si dichiarava rivoluzionario ma era un grande barone universitario e non scendeva a patto con gli studenti che chiedevano il voto politico. Era operaista ma fortemente polemico verso la letteratura populista e nazional-popolare in senso gramsciano, verso Vittorini, Pratolini, Pavese, sostenendo la forza conoscitiva delle opere di autori alto borghesi come Verga e Gadda, e interessandosi ad autori come Thomas Mann e Joseph Conrad. Forse in questa contraddittorietà stava il suo fascino, anche per chi è stato lontano da marxismo, operaismo e tutto l'armamentario della sinistra novecentesca. Invecchiando Asor Rosa cedette al demone della scrittura creativa, della prosa di romanzo. Il fatto è che era arrivato, nella sua attività critica, all'idea che dopo gli ultimi classici, Fortini, Pasolini e Calvino, la letteratura era finita. E dunque cosa scrivere ancora? Nel suo antiberlusconismo, poi, si spinse sino a toccare toni bolscevichi. Chi era dunque Asor Rosa? Per me, insieme a Franco Fortini, con cui polemizzai molto da giovane, salvo poi riconciliarmi con la sua poesia, era l'ultimo mastodonte del '900, convinto di un primato della politica, incapace di vedere che il primato che conta è quello dello spirito. Ma al vecchio combattente che se ne va, sia dato l'onore delle armi.

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