Il Bersani che ha vinto le primarie della dolcezza

(...) Sui ringraziamenti a Dori Ghezzi, con Samuele che ha firmato nella versione del nuovo disco per I Tunes un’interpretazione esplosiva del Bombarolo e che, come Faber, sa usare le parole come un giocoliere, ma con dolcezza. Sugli altri ringraziamenti a Ruddy Zerbi, sammargheritese doc che è il numero uno della Sony in Italia e spesso è in giuria ad Amici e dintorni. Tanto che Samuele ci ha giocato: «Ultimamente, quando vado a pranzo con lui, le ragazze lo fermano e vanno direttamente da Rudy a chiedergli l’autografo, ingnorandomi».
Ma pure racchiudere Bersani in una storia fra De Andrè, Leivi e Santa Margherita Ligure - sia pure tre meravigliosi luoghi del cuore e della memoria - sarebbe anche questa volta riduttivo.
E così mi piace raccontare che, in fondo, l’appuntamento di oggi pomeriggio alle 18 alla Fnac di via Venti Settembre con Samuele, che avrò la fortuna di accompagnare (moderare o presentare è riduttivo), sia solo l’ennesima puntata della storia d’amore fra una città bellissima e straniante come è Genova e la poesia. Caproni, Montale, Sbarbaro, (Sanguineti no, mi rifiuto), De Andrè, Fossati e Bersani. Genovese, Samuele, almeno per un giorno.
Non esagero. Ho sempre trovato abbastanza retorico il considerare le canzoni come poesia. Semplicemente, sono due generi diversi, hanno nobiltà altissime entrambi, ma diversi, difficilmente confondibili.
Eppure, Samuele Bersani sa usare le parole in un modo che è difficile definire «altro» che poesia. Canzoni come Il mostro, composta a ventidue anni (a ventidue anni!) e che racconta la diversità meglio di un trattato universitario, riuscendo a commuovere chi la ascolta, o Il pescatore di asterischi o, ovviamente, Giudizi universali, sono capaci di mettere i brividi. A chi le ascolta e anche a chi legge i loro testi.
E anche Manifesto abusivo, l’ultimo album di Bersani, funziona così. E conferma Samuele. Che non sceglie la via più facile, quella di ripetere se stesso, ma va sempre oltre, alle ricerca di nuove colonne d’Ercole da superare, anche a costo di scavarsi dentro. Di rischiare di farsi male.
Ora, se mi permettete, per dieci righe mi faccio i fatti miei. Personalmente, a me Bersani piace tantissimo. Penso che si fosse capito anche senza dirlo esplicitamente (lui, in un suo testo, non l’avrebbe mai fatto; il suo gioco preferito è quello di arrivare a dire le cose con parole mai scontate, non con didascalie, ma con metafore ed emozioni dialettiche). Eppure, confesso che la prima volta che ho sentito Manifesto abusivo non mi faceva impazzire.
Invece, come una donna di cui ti innamori giorno dopo giorno, che ti penetra nella pelle d’oca senza quasi farsene accorgere, come mia moglie Loredana, anche dieci anni dopo e mille litigi dopo, Manifesto abusivo è il «solito» Bersani. Testi che conquistano un po’ alla volta, sfidando musiche che non sembrano fatte per seguirli e soprattutto con schiaffi continui alla metrica. Parole che vanno a parare dove non ti aspetteresti. Che vanno a cozzare contro altre parole del tutto inattese.
Il racconto della fine di un amore di Un periodo pieno di sorprese, ad esempio, riesce a raccontare il dolore e il rancore strizzandolo in un fiume di dolcezza: «Comincia a ingiallirsi il nero del livido/non è più così tanto nitido/e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo/Ho cambiato la scheda al telefono/ho lavato nel lago lo spirito/e nel farlo il tuo corpo ha finito per essermi estraneo». Vi giuro che riesce a cantarla, sfidando ogni metrica attesa.
Oppure, la bellezza del ricordo della nostra infanzia. Dico nostra perchè siamo quasi coetanei, anche se Samuele usa le parole rompendo ogni barriera generazionale. Pure quando canta di una generazione come in Lato proibito: «Estate povera di ogni cosa/due settimane buone senza avere la tivù/la casa al mare, la cassetta di Battiato difettosa/a metà di Cuccuruccucù/bicicletta sull’erba/una ciabatta l’ho persa/per tirare ad un pallone che veniva giù/mercurocromo sopra un ginocchio». E ancora «a una vera insalata per quanto lavata/il lombrico si aggrappava e ci restava su» e «per antibiotico la spremuta/me ne bastava solo un goccio che sparivano/la sete dal palato asciutto, dalla lingua biforcuta/e la febbre dal termometro/La finestra era aperta, si usciva alla svelta/da poter saltare la predica e il rimprovero»...
Samuele usa le parole, ad esempio per raccontare la vita di un ragno, quasi pizzicandole, inzuppandole di dolcezza e di ironia.
E proprio qui sta il valore aggiunto. Anche quando non canta, sa dire cose. Soprattutto, sa strappare un sorriso. Poeticamente.
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