Ma un bimbo non è un pacco postale

di Domizia Carafòli
Il cuore ha delle ragioni che la ragione non conosce, lo sappiamo. Ma spesso non sappiamo o non ci accorgiamo che le ragioni del cuore vanno a porsi di traverso alla razionale capacità umana di affrontare e risolvere i problemi, anche i più urgenti e drammatici.
È il caso dei bambini di Haiti, resi orfani dall'immane catastrofe che ha colpito il paese. L’Unicef ne ha accolti 30.000 nei suoi campi. Che ne è degli altri nel più disastrato dei paesi caraibici che già prima del terremoto contava 50.000 piccoli negli orfanotrofi? Vagano tra le macerie e i cadaveri, senza famiglia, senza cibo, senza nessun riferimento, preda dei malavitosi che li arruolano per depredare i negozi superstiti o riforniscono di giovanissima «merce» i mercanti del sesso.
Ovvio che al disperato appello degli haitiani alla comunità internazionale («salvate almeno i nostri bambini») la risposta sia corale e generosa. Corale anche in Italia dove migliaia di telefonate e mail assediano il sito della Commissione per le adozioni internazionali. Centinaia di famiglie sono pronte ad adottare gli orfani e questo contrasta singolarmente con i dati precedenti che mettono Haiti all'ultimo posto nelle adozioni da parte di famiglie italiane: un bambino adottato l'anno scorso e due che quest'anno sarebbero dovuti partire per l'Italia, una volta concluse le pratiche, ma scomparsi nel terremoto che ha cancellato anche i documenti sotto le rovine del palazzo di giustizia di Port-au-Prince.
È sgradevole dirlo, ma dei piccoli senza famiglia di Haiti (50.000 negli orfanotrofi ma altre migliaia nelle strade) ci si accorge solo adesso che la tragedia ha scatenato la più grande tempesta mediatica che si conosca dopo l'abbattimento delle Torri gemelle. E la cosiddetta «solidarietà d'urgenza», emotiva, affrettata, superficiale, una fiammata senza dubbio sincera ma destinata a estinguersi presto oppure a bruciare procurando più danni che aiuti.
Se mi è consentito parlare in prima persona (e in particolare da madre adottiva) vorrei esortare tutti coloro che desiderano adottare un orfano di Haiti a riflettere prima di agire. È vero che i i bambini abbandonati stanno vivendo un’immane tragedia e molti di loro moriranno nei prossimi giorni di fame e di malattia, ma non è possibile aiutarli subito. O almeno non è possibile portarli subito via da lì. Innanzitutto - come già avvertono tutte le organizzazioni che si occupano di minori in campo internazionale - nessuna iniziativa è fattibile se prima gli orfani di Haiti non saranno censiti. E per censirli occorrono dei referenti che per il momento non ci sono.
E poi dovrà essere chiara la situazione di ognuno. I bambini non sono tutti uguali. Ognuno ha la propria situazione, la propria storia. Unica, irripetibile, non assimilabile ad altre. Molti pensano che l'adozione in un paese più ricco sia la panacea per ogni bambino in difficoltà, da qualunque paese e da qualunque situazione provenga. Ma chi si occupa realmente di adozioni sa che non è così. Un bambino allontanato dal proprio mondo (sia pure degradato) deve affrontare un grosso trauma. E le difficoltà aumentano con l'aumentare dell'età del minore. Il bambino piccolissimo ha una grande capacità di adattamento, ma chi è più grande deve cambiare amici, lingua, cultura. Se i genitori adottivi non ne sono consapevoli, possono andare incontro a un doloroso fallimento. Doloroso per loro, doppiamente doloroso per il figlio. Prima di decidere, ma anche dopo, devono farsi assistere da uno psicologo esperto in difficoltà dell'età evolutiva.
Questi suggerimenti sono validi sempre. Per quanto riguarda Haiti, si aggiunge la situazione drammatica che spinge alla fretta. Ma per agire occorre sapere quanti sono i minori in stato di reale abbandono (alcuni non hanno magari più i genitori ma parenti in grado di prendersi cura di loro), conoscere la loro provenienza, la loro età, le singole situazioni. Ma è indubbio, stante il caos sull'isola caraibica, che questi dati non saranno disponibili in tempi brevi.
E allora? Non bastano i messaggi commossi dei famosi calciatori. Occorre far tacere il cuore e far lavorare la ragione. E la ragione dice: lasciate i bambini lì. Almeno per ora. L'Unicef ne ha già raccolti 30.000 in due campi. Si dovrebbero allestire altri campi e far convergere gli aiuti - cibo, vestiario, medicinali, infermieri, assistenti e altro personale specializzato - negli appositi centri. E intervenire con l'adozione quando la situazione sarà più chiara. Magari anche con l'adozione a distanza che consente di seguire il minore nel suo paese. Prendersi cura di un bambino non ha nulla a che vedere con la propria gratificazione.
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