Quel biografo aristocratico contro il "borghese" Re Sole

Irriverente, pettegolo e polemico: il ritratto del sovrano scritto da Saint-Simon è un esempio di stile. E di coraggio

Quel biografo aristocratico contro il "borghese" Re Sole

La marchesa Renée Caroline de Crequy, un'aristocratica francese che lo conobbe quand'era avanti negli anni e che certamente non lo amava, raccontò che il duca di Saint-Simon era «un brutto corvo scuro, disseccato dall'invidia, divorato da un'ambizione vanitosa e sempre appollaiato sulla sua corona ducale». Molto religiosa con inclinazioni gianseniste, Renée de Crequy aveva poco della frivolezza delle dame del suo tempo e del suo ceto e a Saint-Simon non riconosceva neppure un pizzico di rigore morale: il fatto che lui, «dopo aver fatto mostra della più grande austerità di principi», avesse «finito per diventare uno dei consiglieri più intimi del Reggente» era cosa che, quanto meno, a suo parere, denotava «una grande duttilità di carattere». Delle celebri memorie diceva che erano state scritte «con uno spirito così sleale e oltraggioso» che non sarebbe stato «mai possibile pubblicarle integralmente»: il suo autore, essendo vissuto a lungo, aveva avuto «tutto il tempo di forgiare molte calunnie e scrivere tante menzogne». Al giudizio della nobildonna avrebbe fatto eco la battuta di un altro celebre scrittore del Secolo dei lumi, Jean-François Marmontel, divenuto in seguito storiografo ufficiale di Francia, secondo il quale Saint-Simon identificava «la nazione con la nobiltà, la nobiltà con la dignità dei pari di Francia e quest'ultima con se stesso».

Che Louis de Rouvroy duca di Saint-Simon avesse un culto forse esagerato per il proprio rango è fuor di dubbio. Nato nel 1675 da una illustre famiglia e con un padre che la benevolenza di Luigi XIII aveva fatto duca e pari di Francia, Saint-Simon, dopo essere stato per qualche tempo in forza ai moschettieri del Re, si dedicò alla vita di cortigiano esercitando anche funzioni pubbliche. Legato strettamente al duca Filippo di Orléans, Reggente dal 1715, sostenne la creazione di «Consigli di governo» affidati agli aristocratici e di uno dei più importanti di questi, il «Conseil de Régence», fece anche parte. Svolse qualche missione diplomatica ufficiale, ma, dopo la morte dell'Orléans, si ritirò da ogni attività pubblica vivendo tra Parigi e il suo castello nei pressi di Chartres e lavorò alla stesura delle sue celebri memorie.

Gran parte di queste memorie, fluviali e passionali, sono dedicate a Luigi XIV, al suo regno, alle sue imprese, ai suoi amori e alla sua corte. Il volume Il Re Sole (Castelvecchi, pagg. 192, euro 17,50) ne raccoglie le pagine più significative dalle quali emerge un ritratto irriverente, in qualche caso anche pettegolo e polemico ma sempre intelligente e suggestivo, del sovrano. Nato e cresciuto nell'idolatria di Luigi XIII, che considerava un «eroe degno discendente di san Luigi» ed espressione di una monarchia fondata sull'aristocrazia, Saint-Simon non aveva grande empatia per un Re che preferiva affidare le cariche amministrative e politiche, anziché alle antiche famiglie feudali, a chi proveniva dalla borghesia. Bisogna tenere presente questo punto, l'attaccamento del Duca alla monarchia feudale che assicurava un ruolo di primo piano agli aristocratici, per capire il senso delle sue critiche all'opera del Re Sole e al suo tentativo di costruire lo Stato assoluto attraverso il ridimensionamento politico della nobiltà, il controllo dell'economia col colbertismo e l'accentramento amministrativo.

In fondo Saint-Simon era fuori tempo. Non riuscì a comprendere - a differenza di Voltaire che nella sua più bella opera saggistica, Il secolo di Luigi XIV , avrebbe considerato questo periodo una delle epoche d'oro della storia - che con l'avvento del Re Sole i tempi erano cambiati. Sainte-Beuve ha osservato, in un suo acuto profilo dedicato alle memorie del Duca, che Saint-Simon, «aveva della nobiltà un'idea grandiosa, antica, conforme alla primitiva indipendenza e, cosa bizzarra, dopo Richelieu e sotto Luigi XIV, sognava per essa un ruolo legislativo nello Stato, come avrebbe potuto averlo ai tempi di Clodoveo o di Pipino». Cosa che il giovane Luigi, una volta liberatosi dalla ingombrante tutela del cardinale Mazzarino, non avrebbe mai più permesso, convinto com'era che lo strapotere del primo ministro nuocesse all'istituzione e ostacolasse l'avvenire di grandezza della Francia. Luigi XIV aveva un'idea ben precisa del «mestiere di Re», come testimoniano le Memorie scritte per l'educazione del Delfino nelle quali egli ricordava la «presa di potere», le guerre per affermare e consolidare l'egemonia francese, le riforme per ammodernare il Paese e precisava che «la funzione dei Re consiste principalmente nel far agire il buon senso, il quale agisce sempre naturalmente e senza fatica».

Saint-Simon non riusciva a cogliere l'idea che la trasformazione dello Stato voluta da Luigi XIV rispondesse a un disegno e non fosse il risultato della decadenza. Il Re gli appariva di «una intelligenza meno che mediocre», anche se era «capace di plasmarsi, smussarsi, affinarsi, prendere a prestito idee da altri senza imitarli». In lui si combinavano eleganza e galanteria: «La sua figura, il portamento, i modi, la bellezza e l'aspetto imponente che prese il posto della bellezza, addirittura il suono della voce, l'agilità, insomma la grazia naturale e maestosa di tutta la sua persona lo fecero distinguere fino alla morte come la regina delle api». Feste, sfarzi, amanti glielo facevano apparire frivolo. Eppure, malgrado certe critiche ingenerose a Luigi XIV, le memorie di Saint-Simon, a leggerle in controluce, rappresentano un monumento eretto alla memoria del sovrano il cui nome è legato alla celebre (e apocrifa) battuta: «Lo Stato sono io». Al tempo stesso sono un affresco di rara bellezza e inalterabile fascino della società e della corte francese durante il Grand Siècle: affresco reso ancor più godibile dall'uso dell'aneddotica e dal gossip. Lo splendore di Versailles, l'etichetta di corte, i rituali che accompagnavano il risveglio o la vestizione del Re, la cerimonia del pranzo regale, i ritratti insuperabili per finezza psicologica di cortigiani e favorite sono consegnati a pagine insuperabili per bellezza e vivacità, pagine che hanno affascinato Chateaubriand e Stendhal e hanno fatto scrivere ai Goncourt che «esistono tre stili: la Bibbia, il latino e Saint-Simon».

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