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Borsa e mercati

Il caldo riscrive i piani della moda. La corsa dei marchi per adattarsi

Il tradizionale calendario dell’haute couture deve confrontarsi con estati sempre più lunghe e inverni che si riscaldano in fretta. Lo shopping di cappotti e maglioni slitta più avanti e finisce prima

Coperte e maglioni
Coperte e maglioni

Parigi, inizio ottobre. Sul tabellone pubblicitario di Saint Laurent campeggia una modella avvolta in un imponente cappotto di pelliccia. A terra, però, la scena racconta un’altra storia: il termometro segna 28 gradi, e la folla di turisti e addetti ai lavori sfila tra Boulevard Saint-Germain e le Tuileries in canottiera, mini gonna e occhiali da sole. Si sa, alle sfilate per la Primavera/Estate - quelle che accompagnano le settimane della moda che iniziano a Milano a fine settembre - si è soliti presentarsi indossando i capi autunnali appena arrivati nei negozi, chiodi in pelle e stivali al ginocchio. Quest’anno, invece, i capispalla sono rimasti nell’armadio e fermi nei negozi.

Il paradosso del clima riscalda l’autunno ma rischia di congelare i bilanci del sistema moda. Il tradizionale calendario dell’haute couture, costruito da decenni sulla naturale alternanza delle quattro stagioni, deve ora confrontarsi con una realtà diversa, fatta di estati sempre più lunghe e inverni che si riscaldano in fretta. Con ottobre che regala giornate quasi balneari, la corsa all’acquisto del cappotto o della maglia pesante non solo rallenta, ma slitta in avanti. E per l’industria del fashion dall’alta moda al fast fashion - questo non è un dettaglio meteorologico: è una mina posata sui margini di profitto.

A misurare numericamente questa sfasatura è un recente studio firmato dall’esperto di retail Pau Almar, pubblicato su SSRN ad inizio ottobre dopo aver analizzato l’andamento di 41 mercati globali tra il 2018 e l’agosto del 2026. L’analisi mette in correlazione le ricerche online per 15 categorie di abbigliamento con le anomalie termiche: nei mercati temperati, un autunno più caldo del normale di una sola deviazione standard ritarda di ben 4,18 giorni l’inizio dell’interesse dei consumatori verso l’abbigliamento invernale. Al contrario, quando la primavera si scalda prima del previsto, la voglia di abiti estivi scatta in anticipo di oltre 8 giorni (+8,25). Insomma, il punto non è solo se la gente comprerà il cappotto, ma quando lo farà.

In questo scarto temporale si gioca la partita economica. Il segmento dei capispalla e della maglieria pesante rappresenta da sempre il motore della redditività del settore, garantendo i margini più alti dell’anno. Se gli acquisti slittano a fine novembre, i clienti finiscono per incrociare le promozioni del Black Friday o i saldi di inizio anno, costringendo i marchi a vendere a prezzo scontato capi che in passato venivano acquistati a pieno listino a settembre. I rischi sono chiari: maggiori giacenze di magazzino e, di conseguenza, maggiori svalutazioni. In Italia i primi segnali sono già evidenti: secondo i dati di Federazione Moda ItaliaConfcommercio, le vendite al dettaglio nel mese di agosto hanno registrato un calo medio del 2,6% all’anno precedente, con il presidente Giulio Felloni che ha indicato proprio nel caldo prolungato uno dei fattori chiave della frenata.

Per evitare l’impatto, i grandi gruppi stanno ricalibrando sia la produzione che la creatività. C’è chi corre ai ripari rivedendo la grammatura dei materiali, come l’impostazione annunciata dal Ceo di H&M, Daniel Erver: la catena svedese sta ripensando il mix di tessuti delle collezioni autunnali, puntando su filati molto più leggeri per intercettare chi vuole rinnovare il guardaroba anche quando ad agosto o settembre ci sono 35 gradi. L’obiettivo è chiaro: allungare la vita dei capi nei negozi, rendendolo adatto a più condizioni climatiche.

E persino le grandi Maison hanno iniziato a sfilarsi i guanti di lana. Nicolas Ghesquière, stilista della linea donna di Louis Vuitton, ha ammesso apertamente come le recenti ondate di calore in Europa abbiano influenzato l’ultima collezione, virando verso costruzioni aeree, tessuti impalpabili e capi concepiti quasi come una seconda pelle. Non è un caso che alle sfilate di Hermès e Dior più di un ospite abbia notato come i confini tra Primavera/Estate e Autunno/Inverno stiano diventando sempre più sfumati. La parola d’ordine è diventata transitional layering. Praticamente il consiglio della nonna di vestirsi a cipolla diventa alta moda, con abiti a strati, tessuti leggeri da sovrapporre e pezzi quattro stagioni capaci di vestire il consumatore al di là del calendario - e soprattutto della temperatura.

I tempi in cui la moda decideva quali abiti far indossare a prescindere dal meteo sembrano finiti. In un pianeta più caldo, il rischio per le aziende è chiaro: continuare a riempire i negozi di cappotti a fine estate significa rimanere con i magazzini pieni e i profitti al freddo.