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Borsa e mercati

La guerra infuoca le Borse e il Gas sfonda quota 70

Con il riaccendersi delle tensioni in Iran il petrolio torna sopra 90 dollari al barile. Sotto pressione anche i titoli di Stato, gli Oat francesi rendono il 4,9%

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Le tregue sembrano fatte apposta per essere rotte. Così ieri, dopo oltre un mese, sono tornati a volare missili sopra l’Iran. E se i cieli tornano ad infiammarsi, il mercato non può che muoversi di conseguenza. Nel giro di poche ore il Brent è tornato a superare i 90 dollari al barile (+4,9%), mentre il gas è arrivato fino a 70,2 euro al megawatt ora, un picco che non si toccava dalla fine del 2022 e che mette sotto pressione tutto l’Occidente, con il Dax di Francoforte che brucia l’1,7%. La domanda che attanaglia il mercato è ovvia: ora che le ostilità sono tornate con forza, quanto tempo servirà al Corpo delle guardie rivoluzionarie islamiche per bloccare di nuovo del tutto Hormuz?

La realtà è che nelle ultime settimane, nonostante attacchi di ritorsione continui, gli Stati Uniti non sono riusciti a riaprire completamente lo Stretto, tanto meno a rovesciare il regime islamico, quindi hanno optato per un attacco diverso: la priorità è una guerra economica. Il segretario al Tesoro statunitense Scott Bessent ha dichiarato ieri che Washington sta estendendo le sanzioni secondarie contro l’Iran, minacciando misure che potrebbero «far saltare in aria» il sistema finanziario globale. Nonostante Bessent non sia ancora arrivato al «D-Day economico» che aveva minacciato, la nuova ondata di tensioni - che riaccende le preoccupazioni di una nuova fiammata inflazionistica - ha spinto il mercato dei titoli di Stato: in Francia lo spread degli Oat è salito a 85 punti base, il maggiore nell’area euro, con i rendimenti trentennali che sono schizzati di quasi cinque punti base al 4,92%, il massimo dal settembre 2008, con la crisi di Lehman Brothers. I movimenti seguono la volatilità dei Treasury statunitensi, con il decennale al 4,75%, al massimo da gennaio 2025 e a un soffio dal 4,77% che rappresenterebbe un record dal 2007.

L’aumento dei costi del petrolio ha, ancora una volta, un effetto diretto sulle compagnie aeree. Il jet fuel ad agosto è salito fino a 1.286 dollari al barile in Europa e questi rincari rischiano di abbattersi sulle compagnie. La portoghese Tap, per esempio, nel primo semestre ha registrato una perdita di 99 milioni a causa di un aumento dei costi del carburante di quasi il 19%. Le compagnie ben posizionate sono poche, sono quelle che sono riuscite a compensare con il traffico di passeggeri e merci, come Lufthansa, che è riuscita a compensare circa il 60% degli aumenti del prezzo del carburante, e Air France, che ha invece raggiunto l’85%. Che sia chiaro, in Europa le compagnie aeree si trovano ad affrontare un rischio minore rispetto ai rivali transatlantici. Se la guerra in Iran dovesse continuare anche per il 2027, la situazione si complicherebbe: i contratti a termine indicano prezzi nel 2027 superiori del 38% rispetto ai livelli del 2025, a seguito di un aumento del 24% del prezzo del greggio. Insomma, che si guardi alle auto, agli aerei o al petrolio in generale, finché lo Stretto di Hormuz non sarà riaperto, non ci sono certezze.

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