Dietro le vetrine di via Montenapoleone e le luci delle passerelle, la moda si rivela prima di tutto come una maestosa macchina industriale e finanziaria, dove il Made in Italy gioca ancora un ruolo fondamentale. Ogni borsa o abito che compone i défilé racconta una doppia storia: quella del genio creativo e quella dei bilanci societari. Ed è proprio nell’architettura finanziaria che l’Italia deve cercare di crescere e guadagnare terreno per sfidare anche i colossi d’Oltralpe. Se il nostro Paese custodisce il cuore pulsante, creativo e artigianale, del lusso mondiale, il capitale finanziario globale parla invece prevalentemente francese.
I numeri testimoniano un’indiscussa leadership manifatturiera italiana: nel 2025 il fatturato dell’industria moda e lusso ha toccato i 93,3 miliardi di euro, alimentato da un export di 88 miliardi, con oltre 81mila imprese attive.
L’Italia è la vera fabbrica del lusso globale, al punto che perfino le maison francesi e i gruppi americani che cercano di conquistare uno spicchio del settore dipendono dai laboratori del distretto di Prato, dalle concerie venete o dai calzaturifici marchigiani e lombardi. Eppure, la frammentazione proprietaria impedisce alle nostre aziende di esprimere la stessa forza di fuoco dei conglomerati d’oltreconfine.
A guidare il fronte dei campioni nazionali c’è il gruppo Prada, quotato a Hong Kong. Nel primo semestre del 2026 ha registrato ricavi consolidati per 3,05 miliardi di euro (+16% riportato) e un Ebit adjusted di 530 milioni (margine al 17,4%). Il gruppo guidato da Patrizio Bertelli e Miuccia Prada - forte delle straordinarie performance di Miu Miu, che da solo oggi rappresenta il 30% del fatturato totale del gruppo, e dell’integrazione di Versace, acquisita a fine 2025 - incarna l’evoluzione da singola maison a vera piattaforma industriale.
Accanto a Prada brilla Moncler, che nel primo semestre 2026 ha fatturato 1,29 miliardi di euro (+9% a cambi costanti) con un utile operativo di 245,4 milioni, dimostrando come la focalizzazione di prodotto e l’identità di marca paghino sui mercati, pur ponendo la sfida della stagionalità e della diversificazione, affidata al marchio Stone Island.
Poi c’è la nicchia del lusso discreto di Brunello Cucinelli, focalizzata sull’altissima gamma, capace di mantenere elevato il desiderio del brand anche nelle fasi di rallentamento ciclico. Completano il mosaico realtà quotate come Zegna (che ha scelto Wall Street come mercato, dove capitalizza 3,5 miliardi) e Ferragamo, tornata in utile nel 2026, e colossi privati come Armani, che potrebbe valere fino a 11 miliardi, il cui futuro però è ancora in balia delle scelte testamentarie.
Ma la moda non è solo abbigliamento: è anche e soprattutto accessori.
Accanto alle classiche borse, guadagna territorio anche l’occhialeria, dove EssilorLuxottica la fa da padrone con ricavi nel semestre pari a 14,8 miliardi di euro, in aumento del 5,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E, solo guardando al solo secondo trimestre, il fatturato è cresciuto di oltre il 7%.
La casa della moda è senza dubbio l’Italia, tuttavia, quando lo sguardo si sposta su Parigi, la scala cambia ordine di grandezza. Lvmh, il gigante guidato da Bernard Arnault, ha chiuso il primo semestre del 2026 con 38,6 miliardi di euro di ricavi - un fatturato di appena sei mesi che supera di sei volte quello annuale delle maggiori maison italiane riunite - e un utile operativo ricorrente di 8,7 miliardi (margine al 22,5%). Hermès, dal canto suo, dimostra che la redditività può prescindere dalla pura dimensione di scala: con 8,2 miliardi di ricavi semestrali e un margine operativo del 41% fa leva sulla rarità e sull’irraggiungibile potere di prezzo delle sue icone di pelletteria. Sul fronte opposto, Kering (proprietario di Gucci, Saint Laurent e Bottega Veneta) affronta una delicata fase di riorganizzazione e rilancio creativo, affidata al ceo italiano Luca de Meo.
L’Italia continua a produrre la bellezza e l’eccellenza che il mondo desidera. Ancora di più in un mondo in cui il lusso premia l’unicità dell’offerta e la percezione di valore: pelletteria iconica e alta gioielleria mantengono i margini più elevati e difendono le aziende dalle oscillazioni della domanda aspirazionale. Ma la sfida decisiva non si giocherà più soltanto sul taglio dei tessuti ma sulla capacità di fare sistema e difendere l’intera catena del valore.
