La febbre del debito sovrano riguarda se non tutti, molti Paesi del mondo. A partire dagli Stati Uniti - mercato riferimento per tutto il mondo - dove i Treasury con durata a 30 anni sono saliti questa settimana ai rendimenti massimi dal 2007 (ieri si è attestato vicino al 5,3%). Significa che il Paese guidato dal presidente Donald Trump dovrà pagare di più agli investitori per farsi prestare il denaro necessario a corprire un deficit di bilancio che quest’anno è atteso alla cifra monstre di 1.900 miliardi di dollari. Dall’altra sponda dell’Atlantico, in Europa, la questione non va tanto meglio: guardando ai costi d’indebitamento di Germania, Francia e Italia, ovvero le principali economie del blocco. A Berlino il rendimento dei Bund a 30 anni ha raggiunto ieri il 3,77%, ai massimi dal 2011 quando in tutto il Continente imperversava la crisi del debito sovrano. I pari durata francesi hanno raggiunto i livelli più elevati dal 2008. Mentre per l’Italia, il titolo a 30 anni, rende il 4,88%. È da dire, però, che tra i titoli europei Roma è l’unica che rimane su livelli più bassi anche di picchi raggiunti in tempi recenti, nel 2023. I titoli a lunga scadenza sono quelli più sensibili alle questioni fiscali, significa che il mercato si aspetta una maggiore spesa da parte dei governi costretti a spendere di più per choc energetici e difesa.
Guardando a scadenze più brevi, il Btp decennale rende leggermente meno del pari durata francese: 4,08% contro 4,12%, un sorpasso che nessuno si sarebbe immaginato fino a pochi anni fa.
Sta di fatto che, nonostante lo spread tra Btp e Bund rimanga a 83 punti base, a creare una certa apprensione sui mercati è l’aumento dei costi d’indebitamento dei Paesi. Fatto sentito anche in Asia, dove il Giappone vede rendere i suoi titoli di Stato ai massimi dal 1996.
Ma cosa c’è dietro al fenomeno? Nel radar dei mercati ci sono le numerose tensioni geopolitiche in atto, soprattutto le tensioni sul mercato energetico provocate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Fatto che sta alimentando i costi energetici e anche l’inflazione: basti pensare che, secondo il capo economista della Bce, il carovita dovrebbe mantenersi intorno al 3% nell’Eurozona per tutto quest’anno. Significa una riduzione del potere d’acquisto delle famiglie e un probabile rallentamento della crescita economica, spirale che potrebbe essere aggravata da possibili nuovi rialzi sul fronte dei tassi d’interesse. Fatto, quest’ultimo, che può contribuire a surriscaldare ulteriormente i rendimenti dei titoli di Stato. Anche la demografia al ribasso nelle economie sviluppate ha un ruolo: con un calo della domanda da parte degli acquirenti un tempo stabili.
C’è però almeno un altro aspetto a incidere: la corsa all’intelligenza artificiale, porta a un aumento vertiginoso degli investimenti e dell’indebitamento globale. Quindi un’altra potenziale miccia accesa in un contesto già di per sé ricco di incertezze.
