Si è spento ieri nella sua abitazione di Cesena, alla bella età di 90 anni Pippo (all’anagrafe Giuseppe) Marchioro, calciatore di modesto talento ma allenatore di lunghissima e onorata carriera, milanese di Affori, radici orgogliosamente rivendicate. L’esperienza più nota, in rossonero a metà degli anni ’70, fu un tonfo clamoroso. Promise «un Milan socialista» ma ebbe appena il tempo di concludere il girone d’andata deludente, mortificato da una classifica preoccupante prima di essere rispedito a casa. Provò a imporre, in un calcio ancora impastato del gioco all’italiana difeso dal vate Gianni Brera e combattuto da Ghirelli e Palumbo della scuola giornalistica partenopea, la zona all’olandese ma si ritrovò subito a mal partito con i risultati. Peggiorati da un mercato dal discutibile rendimento. Così Pippo fu esonerato ai primi di febbraio e sostituito in panchina da Nereo Rocco, richiamato come il salvatore della patria dal presidente dell’epoca che ebbe una fugace e criticata apparizione, Vittorio Duina. Non solo. Quando decise la numerazione delle maglie, volle dare la numero 7 a Gianni Rivera: la scelta venne considerata quasi una bestemmia anche se, a microfoni riaccesi anni dopo, Marchioro spiegò d’aver concordato con l’interessato l’iniziativa.
Il Milan fu la scommessa persa, eppure Pippo prima e dopo ebbe la possibilità di riscattarsi centrando promozioni e una qualificazione storica con il Cesena in coppa Uefa. A Como che va oggi tanto di moda centrò il doppio salto in avanti passando in due stagioni dalla serie C alla A: e all’epoca non c’erano i soldi della famiglia Hartono. Alzò una coppa Italia ad Alessandria e cominciò poi a fare il giro della sana provincia calcistica concluso a Trieste.
