Il Kaiser lombardo raggiunge nell’Aldilà il Kaiser bavarese. Due personaggi storici del calcio, due leggende viventi che incarnano il cuore e l’anima di due superpotenze come Bayern Monaco e Milan, si ritroveranno nel mondo dei più. Agli amanti del gioco più bello al mondo rimane l’eterna diatriba: chi era il migliore tra di loro? Ad accomunarli non erano solo le iniziali e quel soprannome pesante, che il talento di Travagliato si ritrovò affibbiato con parecchio imbarazzo. A sentire Baresi, sempre schivo di fronte ai complimenti, l’idolo vero era quell’altro, soprannominato Kaiser non per l’autorevolezza in campo ma per la somiglianza incredibile con Francesco Giuseppe in una foto con il busto di “Cecco Beppe” prima di un’amichevole a Vienna del suo Bayern. Ora che questi due giganti della difesa che hanno segnato le rispettive epoche sono riuniti, vediamo cosa pensavano l’uno dell’altro e quali erano le differenze dentro e fuori dal campo.
Baresi: “I paragoni mi imbarazzano”
Nell’intervista concessa alla Gazzetta dello Sport dopo la dipartita della bandiera del Bayern Monaco, Franco Baresi ricorda quando, a soli 14 anni, lo scontro leggendario nella finale del mondiale tedesco lasciò una traccia indelebile nella sua immaginazione, tracciando il cammino futuro sul campo di calcio. “Ricordo Beckenbauer e Cruijff, due miti uno contro l’altro. È un momento che mi ha ispirato per tutta la vita”. Il libero della nazionale tedesca divenne un modello al quale ispirarsi, non solo dal punto di vista tattico ma anche da quello dello stile, sempre misurato, senza bisogno di alzare la voce. L’incontro dal vivo, durante un torneo giocato dal Milan in Germania, quando era già entrato nella dirigenza del Bayern, fu memorabile, tradendo come Baresi non abbia mai osato mettersi allo stesso livello del suo modello. “Quasi arrossivo per l’emozione. I paragoni con lui mi hanno sempre messo a disagio. Stiamo parlando di Beckenbauer, il numero 1″.
Per Franco Baresi da Travagliato, l’altro Kaiser rimane unico ed inimitabile: “Nessuno ha interpretato il gioco come lui. Io sì, difendevo e partecipavo all’azione, ma Beckenbauer era Beckenbauer. Diverso dagli altri”. La bandiera del Milan imparò da lui come si tiene unito uno spogliatoio con la forza dei comportamenti, più che con le parole. Di lui ammirava tutto, anche la capacità di essere autorevole senza prevaricazioni o favoritismi, un affetto rimasto intatto anche dopo mezzo secolo. “Per me era un idolo, una fonte di ispirazione. È stato uno dei più grandi, il più grande difensore di sempre per quanto ha trasmesso e lasciato, per come interpretava il ruolo”. Il calcio è cambiato molto da allora, transizione alla quale ha contribuito anche Baresi, con l’applicazione puntuale della trappola del fuorigioco e quelle puntate offensive appena trovava un po’ di spazio che facevano andare in visibilio il Meazza. Secondo Baresi, l’unico che si può paragonare a Beckenbauer è l’eroe meno ricordato della famosa Arancia Meccanica di Rinus Michels, Ruud Krol. “Krol era della generazione di Beckenbauer ma è stato un altro grandissimo. Entrambi erano molto avanti, due precursori. E poi anche Krol aveva padronanza, eleganza. L’ho ammirato molto, anche quando l’ho incontrato a Napoli”.
Allenatore in campo contro trascinatore
Sia Beckenbauer che Baresi hanno arricchito le bacheche delle rispettive squadre di montagne di trofei ma, in campo, le differenze erano evidenti. Il Kaiser di Baviera ha fatto la differenza più in fase d’impostazione, come regista che come difensore puro, fondamentale nel quale poteva esprimere la sua tecnica e l’acume tattico innato. A sentire Baresi, però, Beckenbauer era speciale per un’altra ragione: “Per quello che trasmetteva in campo. Aveva tecnica, personalità, era un uomo squadra e un leader vero. Lo è stato da calciatore e allenatore, con una leadership naturale impressionante”. Nel Milan degli Invincibili, Baresi non è mai stato decisivo nell’impostare l’azione: i passaggi illuminanti li faceva fare ad altri, limitando il suo contributo a recuperare palloni e far partire il contropiede. Beckenbauer no, lui aveva il radar sempre acceso e quella capacità trascendentale di intuire con qualche secondo d’anticipo come si sarebbe sviluppata l’azione. A renderlo unico, sempre secondo Baresi, era “come giocava a testa alta, segno di un grande campione”.
Beckenbauer era da sempre un allenatore in campo, capace di variare il piano tattico della partita in un secondo, con un solo lancio a spaccare la difesa. Fin da quando giocava, tutti erano certi che, una volta appesi gli scarpini al chiodo, si sarebbe presto seduto su una panchina importante. Baresi, che non l’aveva mai affrontato sul campo di gioco, sfiorò l’occasione di sfidarlo da allenatore, quando la sua Germania Ovest si presentò al mondiale di Italia ‘90. La delusione per l’eliminazione al San Paolo contro l’Argentina di Maradona è una ferita ancora aperta anche per questa ragione. “Nel 1990 allenava la Germania campione del mondo in Italia. Siamo andati vicini a trovarci in finale, poi lo sapete com’è andata, quella semifinale con l’Argentina, quei rigori... e la coppa l’ha presa lui”. Lo stile di Baresi era diverso, la differenza la faceva con la sua capacità di elettrizzare il gruppo, suonare la carica e trascinare il suo Milan fino alla vittoria. Non che gli mancasse l’intelligenza tattica, quella l’ha sempre avuta. Il fatto è che un allenatore è fondamentalmente un comunicatore, deve saper rassicurare e dare la carica con le parole. Cosa estremamente complicata per uno come lui, abituato da sempre a lasciar parlare le proprie azioni. Ci provò, dal 2002 al 2008, nelle giovanili del suo Milan ma più per la voglia di aiutare il club che per vocazione.
Tackle contro visione di gioco
Guardando a come giocavano in campo, le differenze tra questi due giganti della difesa diventano sempre più evidenti. Beckenbauer sembrava sempre guardare oltre, pensando alla fase d’interdizione come un male necessario prima di scatenare un contropiede letale e prendere d’infilata la difesa avversaria. Baresi prendeva, invece, molto più sul serio il compito di direttore d’orchestra della linea difensiva, sfruttando la libertà dalle marcature concessa allora ai liberi non solo per tamponare le falle ma anche per far sentire la sua presenza ai centrocampisti avversari. Il braccio alzato col quale faceva scattare la trappola del fuorigioco era la prova provata di un lavoro tanto certosino quanto oscuro durante la settimana, quando gli automatismi della leggendaria difesa a quattro rossonera venivano provati e riprovati. Baresi è sempre stato molto capace dal punto di vista dei fondamentali, della tecnica ma, forse, Beckenbauer gli era superiore da questo punto di vista. Dove, invece, non c’era confronto era nella visione di gioco, dove il bavarese era inimitabile.
Beckenbauer non ha mai nascosto, ogni volta che gli veniva chiesto nelle interviste, l’ammirazione per quello che, assieme allo juventino Scirea, era considerato da molti il suo erede spirituale. Una cosa, però, gliela avrebbe rubata al Kaiser lombardo: il tackle preciso e puntuale. Quando guardavi le partite del Milan o dell’Italia, specialmente nelle inquadrature strette, Baresi spuntava dal nulla quando un avversario puntava la porta, togliendogli il pallone in maniera chirurgica. Ad accomunarli, invece, il carattere dentro e fuori dal campo, la forte personalità, la calma che riuscivano sempre a trasmettere ed una certa signorilità. Beckenbauer era più “personaggio”, più mediatico, il che spiega in parte il suo successo in panchina e come dirigente ma la classe era la stessa. Due uomini uniti da un soprannome, due campioni dalle stesse iniziali, FB, che si sono studiati da lontano e rispettati sempre e comunque. Magari ora che sono insieme in Cielo, potremo scoprire chi giocherà da libero nelle partitelle tra i grandi del passato. L’arbitro, però, dovrà tenere gli occhi aperti: come ricordava Baresi, Beckenbauer raramente faceva falli: il “Piscinin” sapeva anche come far sentire i tacchetti agli attaccanti.
