Un ragazzo è seduto al buio in una sala, il film scorre e il telefono vibra. Giacomo Calò ha vent’anni e nessuna squadra. La Sampdoria lo ha lasciato libero, come si lascia una sedia vuota in fondo al corridoio. All’altro capo c’è Ciro Polito, direttore sportivo della Juve Stabia: vieni a giocare con noi. Lui si alza ed esce, e il film resta lì, a metà. Forse è da quella sera che la sua vita somiglia a una storia di cui nessuno ha visto il finale.
Lo chiamavano il nuovo Pirlo. Aveva quindici anni e veniva da Trieste, città di confine, di gente che guarda il mare senza farsi illusioni. La Triestina gli era affondata sotto i piedi. Lo volevano la Juventus, l’Atalanta, la Fiorentina, l’Udinese, e lui scelse Genova e la Samp. Da ragazzi il talento sembra una promessa che qualcuno, prima o poi, dovrà mantenere. Poi scopri che nessuno firma niente.
Sono venuti gli anni lenti: Pontedera, Castellammare, e un cartellino comprato dal Genoa che non lo ha mai guardato davvero. Due settimane di ritiro da estraneo, poi via: Pordenone, Benevento, Cosenza, Cesena. La provincia del pallone è un’Italia di treni regionali e di tribune intitolate a un notaio del dopoguerra. Calò ci ha passato dieci anni, con la sensazione di parlare una lingua che in Serie A nessuno voleva tradurre. Miglior assist-man della B, dicevano i numeri. Ma i numeri non fanno carriera, fanno curriculum.
Lui lo dice senza giri: nel calcio la meritocrazia non esiste. È una frase che si sente in ogni ufficio, in ogni redazione, in ogni concorso pubblico. Detta da un uomo di ventinove anni che ha appena segnato al Como, suona meno come un lamento e più come una sentenza. Il sistema non sbaglia per cattiveria. Sbaglia per pigrizia, per conformismo, perché è più comodo comprare quello che hanno già comprato gli altri. Si misura ciò che si sa misurare: i chilometri, i contrasti, il fisico. La visione di gioco non sta in un foglio Excel.
Poi è arrivato Frosinone, una squadra che l’anno prima aveva schivato i playout e giocava senza pressioni, con un’idea di calcio. Sono venuti dieci gol, quindici assist, 81 punti e la promozione. In estate la Sampdoria, proprio lei, torna a bussare con un’offerta ricca, e lui dice no. È una giustizia poetica che il calcio concede di rado: il ragazzo scartato che, quasi a trent’anni, finalmente sceglie.
Si definisce ciociaro acquisito. Porta Jack Sparrow tatuato sul braccio e sulle spalle il 14 della figlia Clio. Prima delle partite mangiava semi di zucca. Al fantacalcio si è comprato a 28 crediti, e gli è sembrato troppo: è il gesto di chi non si è mai sopravvalutato, perché nessuno glielo ha mai permesso.
Adesso tutti si chiedono dove fosse nascosto. Non era nascosto. Era in fondo alla sala, ad aspettare che qualcuno accendesse la luce. E il film lasciato a metà riprende.
