«Volete sapere come è il calcio giovanile oggi? Con il Cesare vado a Orzinuovi a seguire una partita tra ragazzi under 13, ad un certo punto uno prende il pallone e dribbla l’avversario mentre a bordo campo l’allenatore gli dice ‘passala!’, poi il ragazzo insiste e ne dribbla un altro e l’allenatore strilla ‘passalaa!’, non contento il giovane ne dribbla un altro mentre lo strillo è diventato un urlo, il tiro finisce lontano dalla porta e che fa l’allenatore? ‘Fuori, vai fuori, vai nello spogliatoio’, dunque punito, dunque bocciato». Parla Antonio Cabrini, campione del mondo nel 1982, il Cesare è Prandelli, ex compagno di squadra alla Juventus e oggi socio in un club di padel. Cabrini, i giovani, la nazionale.
«Vi ho fatto quest’esempio per dimostrarvi che i ragazzi non hanno bisogno di allenatori che pensano di essere Guardiola, servono istruttori, docenti di tecnica e non soltanto di tattica, qualcuno che ti spieghi come calciare il pallone e non a chi passarlo e invece quando vai a vedere le partite nei campi di provincia ti sembra di essere in serie A per la maniaca ricerca degli schemi».
Siamo messi male...
«La logica del lavoro non può essere esasperata, deve ritornare il piacere di giocare a football».
Il calcio è cambiato.
«Non ci sono dubbi, ai miei tempi si giocava dove capitava, un pallone, due stracci per la porta oppure la polvere sul campetto dell’oratorio ma se uno si azzardava a passare il pallone indietro veniva preso in giro e questo capitava anche nelle categorie superiori, palla avanti e pedalare».
Costruzione dal basso e quinti e braccetto
«È cambiato il lessico ma non la sostanza. C’è una generazione che non ha mai visto l’Italia giocare i mondiali, la maglia azzurra deve essere un onore ma mi chiedo, come si chiedono tutti, perché i ragazzi dell’Under 18 e 20 che vincono titoli europei contro grandi avversari poi spariscono nei club di serie A?».
Nel 1978 la storia fu diversa.
«Non ero titolare fisso nella Juve, poi il Trap decise di cambiare spostando Claudio (Gentile) a destra, Cuccu (Cuccureddu) più avanti e io trovai il posto a sinistra. Bearzot volle inventarsi la nazionale B, fummo convocati Rossi e io per l’amichevole di Verona contro la rappresentativa della Lega scozzese».
Formazione: Paolo Conti, Cuccureddu, Bellugi, Cabrini, Oriali, Manfredonia, Pin, Pecci, Novellino, Pruzzo, Rossi.
«A fine partita, lungo il corridoio verso lo spogliatoio, Bearzot venne vicino a me e a Paolo: ‘voi due venite in Argentina ma non dite nulla a nessuno’. Avevo 19 anni. Quella nazionale era più forte di quella che vinse il mondiale quattro anni dopo».
Sicuro?
«Eravamo 11 della Juve, 9 del Toro, più Antognoni, Bellugi e Paolo Rossi, un blocco fortissimo, forte fisicamente, quando battemmo l’Argentina capimmo di avere grandi speranze ma non avevamo la personalità ancora definita».
Quella dell’82?
«Più fisica, più consapevole delle proprie possibilità, più intelligente, con Bearzot che ci suggerì di non seguire i giornali o le tivvù e di badare soltanto al campo, al resto avrebbe pensato lui e soltanto lui».
Tipo il rigore sbagliato in finale.
«Me lo ricordano tutti, dovunque io mi presenti, mai un calciatore ha sbagliato un rigore in una finale mondiale nei 90 minuti. Nessuno dei miei compagni mi disse nulla, nemmeno un cenno. Quando, dopo l’intervallo, suonò il campanello per segnalarci di tornare in campo sentii una mano sulla spalla, mi voltai, era Bearzot, ero preoccupato, chissà che stava per dirmi, mi spinse al muro e, con tono severo non hai capito niente, ora torna in campo perché il mondiale lo vinciamo noi».
E oggi che accade?
«Nel calcio giovanile il livello tecnico è peggiorato sensibilmente con atleti dal fisico bestiale, se arriva uno alto solo un metro e settanta viene bocciato, si scelgono i muscoli e non la sensibilità dei piedi».
Mancini dovrà lavorare in questo senso.
«Gli auguro di fare bene ma prevedo la solita guerra tra club e nazionale, le società non aiutano mai il ct, preferiscono investire in calciatori sconosciuti però stranieri, siamo dietro Inghilterra, Spagna, Francia, Germania e Portogallo».
Soluzioni?
«La federazione deve imporsi, ci vuole una svolta politica e tecnica, libera circolazione dei lavoratori secondo norme europee ma in campo devono essere utilizzati come minimo 6 italiani, cioè una prevalenza del nostro patrimonio. Ma la squadra di calcio oggi è parte del business dei proprietari, si pensa ai ricavi, ai soci azionisti, la nazionale crea fastidi».
C’è un altro Cabrini in circolazione?
«Mmh... Palestra non è male in questo calcio modesto, ora in Premier capirà la differenza e potrà migliorare».
