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Calcio

Il doc su Guardiola ha vinto Pep ha perso l’uomo

L’allenatore ha vinto, l’uomo ha perso e ammette la sconfitta senza poter ricorrere all’arbitro, agli infortuni

City come  Psg: sconfitta dei Paperoni

Josep Guardiola ha raccontato la sua vita in un docufilm. Ormai qualunque grande personaggio dello sport ha scelto questa formula per sfogliare il diario della propria vita e carriera. Pep Guardiola ha 55 anni, la vita è ancora tutta da vivere ma le sue parole sono quelle di un uomo che troppo ha vissuto e non sempre bene. Nessuno può discuterne il valore professionale, è certamente il miglior tecnico al mondo, lo confermano i fatti, lo ribadiscono i risultati nei luoghi dove ha potuto esprimere le sue grandi qualità. Seguendo la scuola di Cruyff, a Barcellona, ha saputo svilupparla, completarla e trasferirla, in Spagna, in Germania, in Inghilterra. Ma la luce abbagliante ha finito per stordirlo, il suo impegno maniacale e ossessionante lo ha logorato nella vita privata, portandolo al divorzio dalla moglie affascinante, che ha scelto di ritornare in Spagna per seguire le proprie attività imprenditoriali. L’epilogo, secondo il racconto, sarebbe stato annunciato alla vigilia delle feste natalizie, dunque il momento più caldo e coinvolgente per la famiglia. Il football ha avuto la prevalenza, gli assilli di allenamenti e schemi di gioco si sono trasformati in un incubo, diurno e notturno. L’allenatore ha vinto, l’uomo ha perso e ammette la sconfitta senza poter ricorrere all’arbitro, agli infortuni. L’immagine di Guardiola nel dopo partita, con il volto ferito da graffi di rabbia, sono stati il segnale di allarme, l’antifurto era saltato, il binario era quello morto. Guardiola ha perso perché questo calcio, inteso in modo quasi morboso e teatrale, non concede spazio alla vita vera, la brucia, si perdono gli equilibri. In contemporanea con i racconti del tecnico catalano si sono potute leggere le parole di Djokovic dedicate a Sinner ma soprattutto alle proprie origini, alle sofferenze del tennis, al desiderio continuo di migliorarsi, in una disciplina spietata che prevede anche atteggiamenti e posture spettacolari ma non arriva ai limiti drammatici del calcio, non tanto degli attori in campo ma di chi è chiamato a gestirli. Due esempi dovrebbero servire a comprendere, Liedholm e Ancelotti, capaci di affrontare l’impegno senza esagerazioni emotive al contrario di Klopp o Sacchi, di Conte o Mourinho, grandi professionisti ma soprattutto istrioni e, in alcuni casi, vittime dello stress volontario, quasi un ossimoro che porta a guastare carriere splendide. Pep ha scelto di riposare, può farlo, ha accumulato gloria e denari ma sono polvere rispetto a questo: «Quando vedo una sola faccia triste alla fine della stagione, vi uccido, ragazzi vi uccido. Lavoro per voi, vivo la mia vita, il mio divorzio, la mia famiglia lontana e tutto il resto, per tutti voi. E cosa mi date in cambio? Le vostre prestazioni di merda, tutti quanti. È una vergogna, ragazzi. Che schifo!». Ha ragione, uno schifo. Colpa anche sua.

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