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Calcio

L’anno in cui la Serie A cambiò per sempre

Sotto la spinta della sentenza Bosman il campionato 1996-97 diventò il crocevia di un calcio che non sarebbe più tornato quello di prima. E il calciomercato fu clamoroso: Zidane, Crespo, Zamorano e i loro fratelli alzarono mostruosamente il livello

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Le rivoluzioni, in genere, non annunciano sé stesse. Si travestono da fatti amministrativi, da sentenze, da cavilli giuridici che sembrano riguardare tutto tranne ciò che poi finiscono per travolgere. Così fu per la pronuncia della Corte di Giustizia europea nel caso Bosman: un verdetto sui vincoli contrattuali di un modesto centrocampista belga che, in pochi mesi, smantellò l’architettura stessa del calcio continentale. Da quel momento i club poterono schierare senza limite alcuno giocatori comunitari, e i calciatori conquistarono una libertà di movimento che la vecchia Europa del pallone, chiusa nei suoi recinti nazionali, non aveva mai concesso.

Fu in quel varco, apertosi improvviso nell’estate del 1996, che la Serie A visse la sua stagione più fastosa e irripetibile. La Juventus campione d’Europa, prima a incassare il contraccolpo della nuova era, vide partire per la Premier League Fabrizio Ravanelli e Gianluca Vialli, e rispose con un innesto che avrebbe riscritto la grammatica del centrocampo mondiale: Zinédine Zidane, chiamato a dirigere l’orchestra bianconera insieme al croato Alen Bokšić, al giovane Christian Vieri e al difensore uruguaiano Paolo Montero. L’Inter di Roy Hodgson replicò con l’eleganza di Youri Djorkaeff e la vena realizzativa di Iván Zamorano, oltre agli innesti dello svizzero Ciriaco Sforza e dell’olandese Aron Winter. Il Milan campione uscente, privato di Fabio Capello volato al Real Madrid, affidò la panchina a Óscar Tabárez e investì su due predestinati della scuola di Amsterdam, Edgar Davids (che poi passerà alla Juve) e Michael Reiziger.

Ma fu il Parma di un ancora acerbo Carlo Ancelotti a firmare l’operazione più densa di futuro: arrivò Lilian Thuram a irrobustire la retroguardia, mentre in avanti sbarcarono Enrico Chiesa e un ventunenne argentino di nome Hernán Crespo, il cui approdo precipitò l’addio di Gianfranco Zola. Nel medesimo frangente di tempo la Sampdoria di Sven-Göran Eriksson prelevava dal Genoa un promettente Vincenzo Montella e portava a Marassi la classe compassata di Juan Sebastián Verón, mentre l’Udinese di Alberto Zaccheroni completava un tridente da manuale acquistando il brasiliano Márcio Amoroso. La Lazio di Zdeněk Zeman, dal canto suo, si assicurava Pavel Nedvěd, reduce da un Europeo da protagonista, e Igor Protti a fare coppia con Beppe Signori.

Fu dunque un calciomercato fotonico, rimpinzato di nomi destinati a scandire un’epoca. Sul rettangolo verde, alla fine, prevalse la Juventus di Marcello Lippi, capace di blindarsi dietro - miglior difesa del torneo - e di respingere gli assalti di una Sampdoria trascinata dalla coppia Mancini-Montella, di un Inter in ascesa e di un Parma che si consolò con la prima storica qualificazione alla Champions League. Il Milan, orfano dei suoi totem, precipitò addirittura all’undicesimo posto: il piazzamento più mesto dell’intera era Berlusconi.

Ma fu anche, questa, l’annata delle sorprese tutte italiane: Pippo Inzaghi capocannoniere con 24 gol con la maglia dell’Atalanta e Francesco Guidolin capace di condurre il Vicenza verso risultati inimmaginabili.

Trent’anni più tardi, quei nomi - Zidane, Thuram, Crespo, Verón, Nedvěd - compongono ancora il catalogo di un’età dell’oro che l’Italia, in quella stagione sospesa tra un mondo che finiva e uno che cominciava, seppe attrarre come nessun altro paese d’Europa. Prima che il baricentro del pallone si spostasse altrove, la Serie A fu, per quell’anno fino ai primi del Duemila, il salotto più ambito del calcio mondiale. E, scorrendo la lista di quei nomi, oggi viene da sussultare: campioni del genere adesso possiamo soltanto sognarli.

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