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Il mercato senza soldi e i segreti del successo nerazzurro

Nonostante le critiche della scorsa estate, il mercato “al risparmio” dell’Inter si è rivelato la carta vincente nella corsa verso lo scudetto. Merito anche delle mosse tattiche e della gestione di Chivu

Marotta e Ausilio
Marotta e Ausilio

Il tempo è galantuomo, anche in un mondo che valuta solo l’ultimo risultato come quello del calcio italiano. Il trionfo dell’Inter nella lunga battaglia per lo scudetto che l’ha vista piegare la resistenza del Napoli dell’ex Antonio Conte e della sorpresa Milan è dovuto in buona parte a quelle mosse di mercato che, l’estate scorsa, erano state duramente criticate da analisti e tifosi. Non tutto ha funzionato a dovere ed alcuni innesti hanno richiesto più pazienza prima di esprimersi al meglio ma sono comunque riusciti a portare acqua al mulino nerazzurro, risultando spesso decisivi. Il merito, in buona parte, è delle mosse tattiche del “traghettatore” Cristian Chivu, arrivato dopo il gran rifiuto di Cesc Fabregas e alla sua gestione oculata della rosa. Vediamo, quindi, quali sono stati i suoi segreti e come le mosse di mercato della società hanno fatto la differenza nella corsa al 21° scudetto della Beneamata.

Pochi soldi, zero entusiasmo

Dopo il finale orribile della scorsa stagione, molti alla Pinetina sembravano convinti della necessità di apportare modifiche importanti alla rosa, all’interno della quale molti titolari sembravano a corto di fiato. L’addio improvviso di Simone Inzaghi ha sconvolto i piani della società, che si è trovata costretta a risolvere anche la grana allenatore nel bel mezzo delle trattative per i nuovi colpi. La sessione estiva non ha risolto nessuno dei punti dolenti, rimandando a data da destinarsi la situazione dei veterani in scadenza, nomi pesanti, da Sommer ad Acerbi, da De Vrij a Darmian fino alla roccia Mkhitaryan.

Alla fine, nessuno dei cinque colpi arrivati in estate aveva generato alcun entusiasmo nel popolo nerazzurro, che si sarebbe aspettato qualche colpo ad effetto. Invece degli attesi Hancko e Lookman, sono arrivati giovani interessanti ma poco conosciuti, molti dei quali avrebbero avuto bisogno di tempo per adattarsi al calcio italiano. L’addio di Buchanan, Zalewski e dei fratelli Stankovic non è stato così doloroso come l’esodo dopo la seconda stella ma non molti avrebbero scommesso sul contributo dei nuovi arrivi.

Bonny e Akanji top, il resto insomma

Come sono andati i giovani leoni arrivati alla corte di Chivu? Petar Sucic, dopo aver impressionato al debutto col Torino, è stato impiegato con una certa parsimonia, senza mai riuscire a ripetere le imprese delle prime giornate ma ha comunque fatto la sua parte, dimostrando di poter crescere ancora in futuro. La vera sorpresa è stata Ange-Yoan Bonny, 21enne che ha fatto un salto di qualità importante rispetto a quanto visto con la maglia del Parma. Considerati i problemi fisici di Lautaro Martinez, il contributo dell’avanti francese in certi momenti della stagione è stato fondamentale per mantenere il ritmo delle rivali fino alla fine della stagione. Altrettanto positivo è stato l’arrivo in extremis di Manuel Akanji, che ha preso il posto dell’altalenante Pavard.

Lo svizzero, che sarà presto riscattato dal Manchester City, si è rivelato fondamentale per dare forza ed esperienza ad una linea difensiva che, in certi momenti della stagione, rischiava sbandamenti preoccupanti. Visto il rendimento, i 15 milioni necessari per acquisire il cartellino del classe ‘95 sembrano un vero e proprio affare. Meno riuscite, invece, le scommesse sui due giovani Luis Henrique ed Andy Diouf: l’ex Olympique Marsiglia è passato più volte dalle stelle alle stalle, alternando ottime prestazioni ad errori talvolta inspiegabili. Il ventiduenne ex Lens, invece, non è riuscito a farsi largo nelle graduatorie interne allo spogliatoio nerazzurro e viene impiegato solitamente solo per qualche scampolo di partita. In entrambi i casi non sono vere e proprie bocciature ma segnali che andranno valutati più avanti, quando bisognerà pensare alle mosse per il futuro.

Come Chivu si è preso l’Inter

Considerato il crollo mentale successivo alla disfatta di Monaco col Psg, non molti avrebbero scommesso sulla capacità di Chivu di ricucire uno spogliatoio che, tra mugugni e richieste di cessione, sembrava vicino all’implosione. L’ex tecnico del Parma, invece, è stato in grado di ricucire le fratture e rendere un gruppo che, secondo le voci di mercato, perderà a breve parecchi pezzi da novanta, sia solido che tenace. A dare una mano al tecnico romeno è stato sicuramente l’impatto più che positivo di Pio Esposito che, rientrato dal prestito a Spezia, ha avuto la personalità e la forza di guadagnarsi il rispetto dei veterani.

C’è chi parla della mentalità vincente che è riuscito a dare al gruppo ma anche della sua bravura dal lato psicologico, dove la sua leadership è stata cruciale per compattare lo spogliatoio e rendere il gruppo capace di reagire al meglio alle avversità in campo. Il fatto che Chivu conosca bene l’ambiente nerazzurro ed abbia fatto esperienza partendo dal basso alla Pinetina, dall’Under 14 fino ad approdare alla Primavera è stato sicuramente gradito. La dirigenza, poi, ha apprezzato la sua capacità di valorizzare i tanti talenti cresciuti nella cantera nerazzurra, cosa sempre più importante nel calcio moderno.

Motivazione e flessibilità tattica

I numeri parlano chiaro: più di trenta vittorie in tutte le competizioni, una media che sfiora i 2,4 punti a partita nonostante le pesanti ripercussioni dell’eliminazione a sorpresa nei playoff di Champions League da parte dei norvegesi del Bodo/Glimt. Nonostante i problemi fisici di Thuram e Lautaro Martinez, l’attacco nerazzurro ha segnato più di 80 reti mentre la difesa si è rivelata una delle migliori del campionato, subendo poco più di 30 reti nel corso della stagione. Vincere e convincere senza avere in campo il giocatore simbolo degli ultimi anni, quell’insostituibile Toro che è centro emotivo e spirituale del gruppo, non è stata impresa da poco. Il confronto con la gestione Inzaghi è lusinghiero specialmente quando si è trattato di recuperare giocatori dati per persi, a partire da Piotr Zielinski: non è ancora arrivato ai livelli visti nel Napoli di Spalletti ma il polacco è spesso stato in grado di fare la differenza. Cosa dire, poi, di Hakan Calhanoglu, la cui rottura con l’ambiente dell’Inter sembrava ormai irrimediabile? La grinta e la tenacia vista nelle ultime giornate da parte del talento turco forse saranno sufficienti a farlo restare ancora a Milano.

Dal punto di vista tattico, Chivu è stato in grado di sfruttare la profondità della rosa, capace di andare a segno con tanti giocatori ed adattarsi alle necessità delle partite. Si potrebbe parlare a lungo delle varie soluzioni tattiche provate dal tecnico romeno, discutere su quali abbiano funzionato meglio ma la cifra tecnica di Chivu è sicuramente stata la flessibilità. Non si arriva a quel gioco corale, dove il collettivo sembra avere sempre la meglio sul singolo se si è legati a dogmi tattici, ricette da applicare senza se e senza ma. Quando le cose non vanno secondo i piani, Chivu non si fa troppi problemi nel rimescolare le carte, come visto all’intervallo della partita contro il Cagliari. Non è una ricetta infallibile, come si è visto nel finale di partita a Torino, quando il gruppo ha staccato la spina troppo presto ma questo atteggiamento ha finora garantito dividendi importanti. Resta ora la finale di Coppa Italia con la Lazio ed un mercato complicato, con parecchi addii pesanti, incluso forse uno tra Thuram e Bonny.

La rivoluzione rimandata l’anno scorso è ora imminente e non sarà semplice, considerato i vincoli di bilancio imposti dalla proprietà. Una cosa è certa: farla con lo scudetto cucito sulle maglie avrà tutto un altro sapore.

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