Marco Tardelli è abituato alle entrate clamorose. Sul campo e non soltanto. Non scappa dinanzi alla realtà mortificante del calcio italiano, la crisi è evidente, l'ex campione del mondo non si ferma agli uomini o ai ruoli. Stavolta va in gol.
«Rifondare tutto e basta. Non c'è altro da aggiungere».
Così è semplice. Come, chi, quando?
«Via Gravina, presidente della federcalcio, le sue dimissioni erano doverose anche se in ritardo ma a questo punto devono andare via tutti gli altri, il suo vice, Calcagno, presidente del sindacato calciatori e Ulivieri, presidente degli allenatori e così gli altri membri del consiglio federale. Se è piazza pulita questa deve essere totale».
E l'allenatore?
«Allora non avete capito. È l'ultimo dei problemi, l'ultima delle preoccupazioni. Va cambiato il sistema, andando oltre i cognomi. Serve una svolta drastica, nell'interesse generale e cancellando quelli privati o personali».
Ricorrendo anche all'esperienza di ex calciatori o ex allenatori?
«Il calcio va restituito a chi lo ha conosciuto con l'impegno agonistico, con la sofferenza, con il sacrificio, con lo spirito vero di una partita, con la gioia delle vittorie o le lacrime delle sconfitte».
Non basta essere stati grandi calciatori per essere grandi dirigenti.
«Verissimo, servono competenza, abilità politica e diplomatica, equilibrio nelle scelte, senso del dovere e professionalità ma queste doti dovrebbero appartenere anche agli attuali dirigenti e non mi sembra che così sempre accada. Anzi».
Il sistema ha forse timore di mettersi nelle mani di ex calciatori?
«Guardate quello che è capitato a Michel Platini, nel momento in cui stava per essere eletto presidente della Fifa, lo hanno fatto fuori con una serie di accuse, insinuazioni, sospetti e denunce poi rivelatesi assolutamente infondate. Però l'obiettivo è stato eliminato».
Anche Boban ha lasciato amaramente le esperienze in Fifa e Uefa, illuso prima e deluso dopo dai presidenti delle due istituzioni.
«Un altro segnale di come il mondo del football, chi lo governa e lo comanda, tema di perdere il proprio potere. È sufficiente guardare quello che sta accadendo alla vigilia del mondiale».
Si dovrebbe cominciare dai settori giovanili.
«Non c'è dubbio, se vuoi rifare una casa non puoi partire, con i lavori, dal tetto ma dalle fondamenta. Così nel football, nelle scuole calcio federali, negli insegnanti, nei vivai che sono stati, da sempre, le banche, i forzieri che hanno reso ricchi le squadre e i club. Più ragazzi italiani e meno stranieri senza curriculum».
Marco Tardelli si mette a disposizione di questa riforma?
«Io metto a disposizione le mie conoscenze e non certamente per occupare poltrone o gestire il potere ma per fare ritornare il nostro calcio competitivo, per cancellare la mortificazione che ci sta accompagnando all'estero. C'è una storia da tutelare e possiamo farlo tutti insieme, abbandonando le beghe condominiali, le invidie, le gelosie e, soprattutto, l'incompetenza che ci ha portati a questo doloroso epilogo».
Forse se avessimo battuto la Bosnia...
«Negativo. I problemi sarebbero stati accantonati. Non sono stati i calci di rigore a mandarci fuori dal mondiale. Altri segnali, quelli dei risultati dei nostri club, avrebbero dovuto avvertirci ma così non è stato. Non c'è più tempo per discutere.
O si fa punto e a capo o buttiamo ancora una volta la palla in calcio d'angolo, come ci dovrebbe ammonire la frase pronunciata da Tancredi ne Il Gattopardo 'se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi'».