Sergio Leone sosteneva: Clint Eastwood ha due espressioni, una col sigaro, l’altra, senza. Vale per Andrea Pirlo, senza la barba, con la barba. Occhi reduci da un ronfata eterna, voce tipo rantolo ma il cervello corre, roba fine, non dovete credere alle apparenze, P.A. è un bresciano di rarissime parole e di forte sostanza. C’è un vecchio spot di Unicredit che mostra tre campioni del mondo seduti al tavolino di un bar; Materazzi, De Rossi e Pirlo vedono arrivare un cliente che sembra blandirli: «Ma voi siete», i tre aprono il sorriso goduto ma il tipo tira diritto verso un altro tavolino dove siedono tre finti calciatori spagnoli, Casillas, Sergio Ramos, Fernando Torres, presentati da un altro personaggio; il dialogo toscaneggiante scivola su una fantomatica sfida Italia Spagna, «Ma è vero che Pirlo è stato il meglio in campo?» «No guarda che Pirlo n c’era mihaa» e il finto Casillas ribadisce «se lo dice che non c’era non c’era..»; a questo punto uno si poteva aspettare la reazione, secondo abitudini, di Materazzi e De Rossi ma, imprevedibilmente, Pirlo scatta in piedi pronto all’entrata a piedi
uniti e i due colleghi mondiali lo trattengono. L’Architetto, il Maestro, ha sangue caldo ma non lo manifesta, mai lo ricordi esaltato in partita da calciatore eccelso, mai a bordo campo come allenatore non ugualmente glorioso; ha un elettrocardiogramma regolare, l’imprevedibilità sta nel fosforo, nell’idea che si trasforma in giocata, poteva essere un calcio di punizione o il magico passaggio a Fabio Grosso nel mondiale contro la Germania. La sua designazione a ct è accompagnata da sberleffi e pernacchie, non è colpa sua, lo hanno usato come riserva, ruotino di scorta, dopo aver tentato la coppia Ancelotti-Guardiola reduci da trionfi in ogni dove. Lui, a confronto, è un umarell, costretto a osservare il cantiere Italia, un giorno mancano i mattoni, un altro il cemento. Gli tocca riordinare la squadra, non è necessario alzare la voce, basta il rantolo espressivo, bastano certi sguardi; si agitano i maniaci del 4-3-3, insistono con tablet e lavagne del kamasutra tattico, invece serve l’abc del football, saper giocare a pallone, saper calciare di destro, di sinistro, di interno, di esterno, in corsa, da fermo, sotto pressione o senza marcatura, in breve il Gioco, quello che Pirlo ha frequentato, riconosciuto nel mondo e nel mondiale. Pirlo ha molto da dire e imparare, senza ricorrere alla cortigianeria o all’amichettismo, obbrobrioso neologismo, alla guida dell’Italia è ed ha tutto da scoprire. Dicono che eseguirà il dettato scritto da Maldini & Leonardo, Andrea sarebbe un uomo di paglia, ora è bersaglio politico per essere testimone di uno sponsor russo di scommesse e perché suo figlio Nicolò è intermediario di trattative di mercato, conflitti di interesse e di ideologia, questo è diventato il sistema calcio, dovunque, se anche Klopp si è presentato ai suoi connazionali ammonendoli: «Se qualcuno metterà in dubbio il mio lavoro e coinvolgerà la mia famiglia, me ne andrò un secondo dopo». Così deve fare Andrea Pirlo, la nazionale non è nei suoi piedi, purtroppo, ma è in buone mani. Diceva Ennio Flaiano: «Coraggio, il meglio è passato».
