Se il calcio non è matematica, a volte i numeri possono aiutare a leggere meglio le situazioni. Prendiamo quelli del - quarantunenne - Cristiano Ronaldo all’ultimo mondiale. Cinque partite giocate, tre gol (due al non temibile Uzbekistan, uno su rigore alla Croazia), prestazioni quasi sempre al limite della sufficienza, un solo dribbling tentato in 441 minuti giocati, una media di 27 palloni toccati a partita. Insomma, cifre non esaltanti per chi da solo ha saputo riscrivere anni di classifiche, statistiche, albi d’oro.
Perché in tutto questa corrida portoghese, il punto sta proprio qui: oggi Cristiano Ronaldo non è più CR7. Banalmente la questione potrebbe essere liquidata con «i campioni devono lasciare nel punto più alto della carriera», ma se Ronaldo ha deciso di accettare di restare nel giro della nazionale sapeva anche a cosa sarebbe andato incontro. È per questo motivo che lo scontro con il ct Jorge Jesus e la fuga dal ritiro hanno poche attenuanti. Quella di Ronaldo con la nazionale è una storia che non ha mai avuto un vero «Last dance», perché l’ultimo ballo - la vittoria all’Europeo del 2016 - è arrivato troppo presto per dirsi «ciao e grazie di tutto». Sognava un addio alla Messi, per ora è un «restiamo insieme anche se non sappiamo bene il perché». Imporre un testo da leggere al ct è roba più da avvocati che da uomini di pallone. E quel «sarò ancora disponibile» non toglie affatto la mucca dal corridoio.
Ci sono momenti in cui un fuoriclasse smette di appartenere soltanto a se stesso e diventa patrimonio della storia che rappresenta. Ma più passa il tempo, più quello che poteva essere un lieto fine rischia di diventare un tragico epilogo. Anche se l’unico che può dire basta è la stessa persona che non lo ammetterà mai.
