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Calcio

Roma-Inter finisce con nove gol

Il 2 maggio 1999 l’Olimpico consegna la sua sfida più pirotecnica: 4-5, con Ronaldo, Totti, Baggio e Zamorano protagonisti di una notte irripetibile

Roma - Inter

La sfida di domani tra Roma e Inter è già un duello d’alta quota. Nerazzurri favoriti per vincere di nuovo lo scudetto, giallorossi di Gasp lanciati come raramente era accaduto nel passato recente. Entrambe prime, entrambe pronte a cercare un allungo. E c’è da scommettere che lo spettacolo possa essere assicurato: la storia di questa contesa calcistica, del resto, ci ha abituati a sfide sfrontate, giocate a viso aperto. Il che ha significato, spesso, grandinate di gol.

Guardando alquanto indietro, si pesca anche la partita con più reti in assoluto: uno zampillante 4-5 del 2 maggio 1999. Bisogna risalire la corrente degli anni per restituire a quella notte la sua temperatura esatta. La Roma è quella di Zdeněk Zeman, boemo eretico che ha eletto l’attacco a categoria dello spirito: si va sempre avanti, si arretra solo per rincorrere, e la difesa è un dettaglio da sistemare in un’altra vita. Di fronte, un’Inter più ricca di talenti che di certezze — Ronaldo, Baggio, Zamorano, Simeone, Zanetti, un firmamento intero costretto a inseguire la propria identità — affidata a Roy Hodgson, quarto allenatore di una stagione già naufragata prima del tempo, chiamato a un’impresa quasi impossibile con una squadra che pare un’orchestra di solisti.

Sulle gradinate dell’Olimpico si respira quel misto di euforia e presentimento che anticipa le notti svasate, quando il pubblico avverte, ancor prima del fischio d’inizio, che qualcosa di strano sta per succedere.

Ronaldo apre le ostilità al 16′, imbeccato da un Baggio in stato di grazia assoluta, vero demiurgo silenzioso della serata: un tocco, un varco, e Konsel è già battuto, spettatore impotente della propria disfatta. Cinque minuti più tardi Zamorano raddoppia con un pallonetto di rara insolenza, quasi un gesto di scherno. Totti, ventiduenne e già sacerdote della Sud, riapre la partita dal dischetto al 25′; ma il cileno, prima dell’intervallo, si concede il bis con un altro tocco morbido, uno sfregio consumato con eleganza chirurgica.

Nella ripresa la Roma prova a riscrivere il proprio destino: due gol in centoventi secondi, Paulo Sergio e Delvecchio, e il 3-3 sembra il presagio di un’impresa che l’Olimpico intero già pregusta a voce alta. Ma Ronaldo, con la ferocia glaciale dei predestinati, ristabilisce le distanze in contropiede, incurante del clamore delle tribune. Di Francesco replica ancora: il pendolo non vuole fermarsi, la partita rifiuta ogni conclusione ragionevole. A firmare l’epilogo, al 42′ della ripresa, è il colpo di testa di Diego Simeone su punizione di Baggio - il suo ultimo sigillo in nerazzurro prima dell’addio a fine stagione - quasi un commiato scritto di proposito.

Dirige, e forse non è un caso, Pierluigi Collina: solo la sua autorità silenziosa, quel fischietto già leggendario, può contenere tanta sregolatezza senza spegnerne l’incanto. Finisce 5-4 per l’Inter, e per la Roma quella sconfitta pesa come una condanna nella corsa Champions, nonostante abbia l’attacco più prolifico del torneo, beffa che la storia ama infliggere proprio a chi ha osato di più.

Sabato non rivivremo probabilmente un simile eccesso: il calcio di oggi, cauto e computazionale, raramente concede allo spettacolo tanta libertà, preferendo il calcolo alla vertigine. Ma tra due squadre che tornano a contendersi il vertice, repetita iuvant: Roma-Inter, quando dimentica la prudenza, resta la partita più bella che l’Italia sappia ancora raccontarsi. E forse domani vorrà ricordarcelo di nuovo.

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