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Lo scudetto di Chivu, il predestinato che ha trafitto lo scetticismo

L’ex eroe del triplete aveva tutto da dimostrare in panchina: ha centrato il titolo al primo anno grazie ad un mix di tattica e carisma

Lo scudetto di Chivu, il predestinato che ha trafitto lo scetticismo
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Ci sono allenatori che strillano per farsi sentire e altri a cui basta uno sguardo per consegnare il messaggio allo spogliatoio. Cristian Chivu appartiene di diritto a questa seconda, rara, categoria. Arrivato sulla panchina dell'Inter accompagnato da quel misto di scetticismo e romanticismo che sempre si concede alle ex bandiere alla primissima esperienza in una big, il tecnico rumeno ha compiuto un'impresa che ha il sapore della consacrazione.

Ha cucito lo scudetto sul petto di un'Inter che sembrava aver già dato tutto, trasformandosi da scommessa a vero e proprio condottiero. La stagione del trionfo nerazzurro non è stata una galoppata lineare, ma la squadra - almeno in campionato - ha sempre fornito l’impressione di poter stare là davanti per tutto il tempo. Anche quando ha perso presto, all’alba del torneo, contro il Napoli. Anche quando si è smarrita due volte nel derby, avvitandosi nella tela allegriana.

Il più grande pregio di Chivu è stato quello di non farsi travolgere dalle tormente, correggendo i difetti in corsa e mantenendo la barra dritta nei momenti di massima pressione. Dai blackout tattici e nervosi, Chivu ha estratto la linfa vitale per rinascere ogni volta. Ha lavorato sulla mente dei giocatori, limando la presunzione e iniettando rabbia agonistica, fino ad ottenere risposte fragorose nei crocevia fondamentali della stagione.

Il 3-2 strappato alla Juventus con i denti, ha rappresentato la partita della consapevolezza: un match condito da mille polemiche, spigoloso risolto dalla grinta e dalla capacità del tecnico di leggere le mosse giuste dalla panchina. Poi è giunta una massiccia prova di forza, il 5-2 rifilato alla Roma. Infine, la sublimazione della Pazza Inter compressa in 90 minuti. Sotto nel punteggio in un campo intricato, la squadra ha sfoderato a Como una folle remuntada per 3-4, fotografia del carattere del suo allenatore. È lì, sulle sponde del lago - mentre un ammirato Cesc Fabregas ripeteva oggi hanno vinto lo scudetto - che si è materializzato il game, set, match.

Una delle cose migliori che Chivu ha fatto, è stata probabilmente quella di lasciare intatte tutte le cose che funzionavano dell’Inter di Simone Inzaghi. Fare una bella stagione a Parma non ti consegna alcun patentino da fenomeno, quindi il tecnico è ripartito dalle certezze. Il collaudato 3-5-2 - al netto dell’inserimento di nuovi protagonisti - su tutti Sucic e Pio Esposito - ha consentito alla squadra di non smarrirsi mai, nemmeno nei momenti più complessi.

Poi Chivu ci ha messo, evidentemente, del suo. L'ex centrale rumeno ha corretto uno dei difetti atavici dell'era precedente, ovvero la vulnerabilità alle ripartenze veloci: ha alzato la linea del pressing, imponendo ai braccetti di difesa di venire ad aggredire in avanti, riducendo così drasticamente le praterie concesse agli avversari. A questo ha unito una verticalità ferale. Pur mantenendo l'amore per il palleggio, Chivu ha sottratto alla squadra l'ossessione del possesso palla sterile, chiedendo ai suoi di cercare gli attaccanti con uno o due tocchi al massimo, rendendo la manovra più fluida e imprevedibile. Infine, ha rivoluzionato il centrocampo attraverso rotazioni continue, trasformando la mediana in un reparto dove non esistono più posizioni fisse, ma una scientifica e spietata occupazione degli spazi.

Se la tattica spiega lucidamente il come, il carisma illustra emotivamente il perché. Cristian Chivu ha un peso specifico all'interno dello spogliatoio che deriva direttamente dalla sua storia nerazzurra. È uno degli eroi del Triplete, l'uomo che scendeva in campo con il caschetto protettivo, mettendo la testa dove altri non avrebbero sognato inserire nemmeno la punta del piede.

Questa genetica da guerriero, mista ad un tono di voce pacato ma perentorio, ha generato un rispetto assoluto da parte dei senatori dello spogliatoio e dei nuovi arrivati. Non ha mai avuto bisogno di alzare la voce o di imporre la sua autorità con la forza: gli è bastato trasudare interismo, serietà e competenza calcistica.

Oggi, l'Inter non è più solo la squadra ereditata da Inzaghi, ma è la

sua splendida creatura. Un esordiente tra i grandi ci ha dimostrato, ancora una volta, che le corone più pesanti si possono portare benissimo. Anche se un tempo si è dovuto indossare un caschetto per sopravvivere.

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