Il Canada dà l'asilo politico a un bianco vittima dei neri

Il Canada concede lo status di rifugiato a un trentenne del Sudafrica: sosteneva di aver subìto aggressioni e accoltellamenti, oltre a continui insulti da parte delle gang di colore che agiscono indisturbate

Il Canada dà l'asilo politico 
a un bianco vittima dei neri

La domandina è di quelle capaci di far rabbrividire i benpensanti. È più razzista un Paese africano dove un bianco deve vivere nel terrore o il Paese che l’accoglie per sottrarlo all’inferno? Per il governo sudafricano non ci sono dubbi, gli unici, razzisti sono i canadesi colpevoli di aver concesso asilo a Brandon Huntley, un 31enne di Città del Capo terrorizzato dall’idea di tornare in un Paese dove lo chiamano “cane bianco” e dove è sopravvissuto a sette aggressioni e quattro accoltellamenti per mano di delinquenti neri. Ma gli ex-perseguitati dell’African National Congress oggi al governo hanno le loro buone ragioni per indignarsi. O spaventarsi.

La storia di Brandon Huntley, accolto in Canada come perseguitato, svela il vero volto del Sudafrica. Il volto di un Paese dove, a 19 anni dalla fine dell’apartheid e a pochi mesi dai campionati mondiali di calcio, violenza e criminalità regnano indisturbate, dove le gang nere agiscono ancora in nome dell’odio di razza e dove i tifosi rischiano, al di fuori di poche aree sicure, le stesse disgraziate esperienze dell’esule Huntley. A confermarlo bastano le istruzioni diffuse ai giornalisti sportivi a cui le autorità già raccomandano di cercarsi una scorta in grado di farli rientrare incolumi da eventuali visite alle mai risanate township nere. Da questo mondo mai risorto nonostante le immense risorse naturali gestite oggi dagli incrollabili nemici di apartheid e disuguaglianza è scappato Brandon Huntley.

La sua storia di fuggitivo troppo pallido per rientrare nei colorati canoni dell’anti razzismo comincia lo scorso aprile quando racconta all’ufficio immigrazione di Ottawa di non voler più tornare a casa. «Da quelle parti si respira ancora l’odio di chi ti considera responsabile del passato, lì tutto dipende dal colore della tua pelle», spiega Brandon enumerando le sette aggressioni da parte di bande nere subite negli ultimi anni, i quattro accoltellamenti, la paura trasmessagli da una società dove insulti e ingiurie quotidiane lo fanno sentire un reietto. William Davis, responsabile dell’ufficio immigrazione, lo ascolta a lungo, soppesa racconti e attendibilità di quel venditore di sistemi d’irrigazione pronto ad affrontare i glaciali climi canadesi pur di non rientrare nel Paese natale.

Davis sa di rischiare grosso, sa di star esplorando gli infidi terreni del politicamente scorretto, sa che definire “perseguitato” un bianco in fuga dal Paese simbolo della lotta all’apartheid equivale a tirarsi addosso l’indignazione internazionale. Ma alla fine dichiara di aver raccolto «prove chiare e convincenti», mette nero su bianco che quell’esule, in fuga dal Paese colorato, «è una vittima anche a causa della propria razza e non solo a causa della criminalità».

Il caso Brandon Huntley diventa così un esempio dell’«indifferenza, dell’incapacità o della mancanza di volontà» dimostrata dal governo sudafricano quando è chiamato a difendere un cittadino bianco, la dimostrazione di come la «persecuzione dei sudafricani bianchi è un caso comune nel Sudafrica di oggi». Apriti cielo. Il giorno dopo la pubblicazione di quel verbale Pretoria dichiara guerra a Ottawa, al suo ufficio immigrazione e all’intera nazione canadese colpevole di voler usare il caso di un bianco per far rinascere il razzismo. «Siamo disgustati - annuncia il portavoce di Pretoria Ronnie Mamoepa - le ragioni esposte per garantire asilo al signor Huntley si basano su accuse immotivate contro il nostro popolo e il nostro Paese e servono solo a perpetuare il vero razzismo». Ottawa insomma si sbagliava e di grosso. Nell’africa del post apartheid sette aggressioni e quattro accoltellamenti ad un “cane bianco” non bastano per parlare di razzismo. Soprattutto se il perseguitato è bianco e la rabbia nera.