Il cantante-predicatore: «Benedico l’Italia con il mio soul»

È esagerato in tutto: nel fisico come nella voce. È una contraddizione vivente: predicatore con ventun figli e una novantina di nipoti. Lo vedi sul palco seduto sul suo trono, spesso con un manto di ermellino e una corona in testa, muovere le mani per benedire il pubblico prima di stregarlo con i suoi canti profani, e capisci che Solomon Burke è un personaggio diverso, erede del talento e della simpatica cialtroneria di James Brown. È l’ultimo re del soul e, nonostante la stazza da lottatore di sumo, continua a girare il mondo in tournée ed ora è in Italia, dove ieri sera ha suonato al concertone per Viareggio con Zucchero e dove domenica 30 chiuderà il Bordighera Jazz & Blues festival.
Mr Burke si sente più predicatore o star?
«Sono un musicista e un messaggero di Dio. La mia nascita fu preannunciata in sogno alla nonna: sono venuto al mondo per cantare e diffondere la parola di Dio».
Ma lei ha anche 21 figli ed è uno che ama divertirsi.
«Dio è amore e io amo tutti, ma in particolare le donne, non c’è contrasto con la Chiesa. Faccio solo del bene, per questo ho tanti fedeli alle mie funzioni. Il sabato sera li faccio divertire con la mia musica e la domenica mattina li ritrovo lì a pregare».
La sua vita è esagerata, come il suo fisico. Fa parte del personaggio o lei è proprio così?
«Sono un predestinato, Non c’è nulla di finto in ciò che faccio. Sono stato persino becchino all’occorrenza. Amo mangiare, perciò sono così grosso, amo vivere e soprattutto amo cantare. Il soul è il modo migliore per raccontare i sentimenti; stare sul palco per me è come stare su di un pulpito. E poi faccio tesoro di ogni esperienza; niente è negativo, neppure quella volta che sono stato inseguito dal Ku Klux Klan».
In missione per conto di Dio, direbbero i Blues Brothers.
«Da sempre sono in missione per conto di Dio, non penso di cambiare il mondo, ma di far vivere bene le persone sulla Terra. I Blues Brothers si ispirano a me, infatti nel film hanno preso la mia Everybody needs somebody».
Chi sono i suoi maestri?
«Ray Charles è il personaggio che più mi ha colpito; quando l’ho visto la prima volta mi son detto, “devo diventare come lui, e ce l’ho fatta”».
Modesto.
«Io mi metto sempre alla prova, cerco sempre di migliorare, ma ultimamente mi sono preso grosse soddisfazioni. Bob Dylan, Eric Clapton, Tom Waits hanno scritto per me, vuol dire che un segno l’ho lasciato».
Qui in Italia è particolarmente legato a Zucchero.
«Un grande bluesman. Da quando abbiamo duettato in Diavolo in me siamo rimasti amiconi. Ha un’energia incredibile; un vero professionista ma anche uno che sa cosa vuol dire godersi la vita. Lavoro spesso anche con sua figlia, che sta crescendo vocalmente in modo impressionante».
Progetti?
«Un nuovo disco e tante benedizioni a ritmo di soul».

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