Catastrofisti smentiti: il Fmi promuove l’Italia

Previsioni per il 2010 riviste al rialzo: Pil in crescita dell’uno per
cento È la prova che il nostro Paese ha affrontato la crisi meglio
degli altri

A forza di revisionare i loro dati anche i grandi istituti economici mondiali arriveranno al dato giusto. Ieri è stata la volta del Fondo monetario internazionale che, presentando il periodico aggiornamento delle proprie stime di crescita per il 2010, ha ritoccato verso l’alto i valori delle economie di tutto il mondo Italia inclusa, così confermando le anticipazioni del Superindice calcolato dall’Ocse, naturalmente snobbato dai catastrofisti di casa nostra. Si pensi che l’indicatore Ocse sin dall’estate scorsa rilevava evidenti segnali di ripresa, proprio mentre il solito Di Pietro «prevedeva» pubblicamente un Pil 2009 a meno 8% e Bersani bocciava i primi ottimismi denunciando un’«Italia in mano ai rabdomanti».
Per il nostro Paese, gli economisti dell’istituto con sede a Washington e presieduto dall’ex leader socialista francese, Dominique Strauss-Kahn, adesso prevedono una crescita del Prodotto interno lordo pari all’uno per cento tondo, con un sostanziale miglioramento rispetto a quanto stimato nel loro precedente rapporto, dove si indicava per l’Italia una sostanziale stagnazione. Il ritocco delle stime, comunque, coinvolge a vari livelli la gran parte delle economie sviluppate: l’Italia migliora il proprio numero più della media europea e si trova nel gruppo dei Paesi maggiormente responsabili di questo quadro più roseo del previsto, insieme a Stati Uniti, Germania, Russia, India, Cina e Brasile. Le «vecchie» previsioni del Fmi sono invece state sostanzialmente confermate per Giappone, Africa, Europa dell’Est, Medio Oriente, Canada, Spagna e Inghilterra, dove gli aggiustamenti non hanno superato il mezzo punto percentuale.
Nella nota di accompagnamento allo studio viene opportunamente ricordato che, se è vero che la ripresa dell’economia mondiale sta diventando ogni giorno qualcosa di più di una speranza, è altresì vero che su questi valori rimangono evidenti le influenze delle misure anticrisi dei diversi governi e che potrebbe essere prematuro ritirarle, dato che la domanda privata potrebbe non essere ancora sufficientemente vigorosa da consentire all’economia di «fare da sola». In buona sostanza il «paziente» sembra essere guarito ma si esita a sospendere la somministrazione dei medicinali perché si teme una ricaduta.
In realtà, guardando i numeri della crescita, in alcune economie emergenti si ha l’impressione di tutto fuorché di un convalescente. La Cina ad esempio continua a presentare valori tali da far sgranare gli occhi: con quest’ultima revisione la crescita del Pil cinese è prevista in aumento per il 2010 di un incredibile 10%, ancor più clamoroso se si considera che i dati per il 2008 e il 2009 furono solo di poco inferiori nonostante la crisi. Anche l’India impressiona, con una crescita prevista stellare, pari al 7,7%, in buona compagnia del Brasile che, grazie a quest’ultima revisione si avvicina al più 5 per cento. Appare quindi evidente che la tipicità della crisi, incentrata sulla finanza, abbia colpito più forte dove l’economia di carta prevaleva sulla produzione, coinvolgendo solo marginalmente le economie emergenti e produttive. Dato poi che chi viene colpito dal fulmine è anche quello che si riprende più tardi, si capisce perché i Paesi più «bancarizzati» come l’Inghilterra stiano faticando più di altri a scattare dai banchi di partenza.
Bisogna infine ricordare che il Pil può essere un valore molto ingannevole dato che, come ricorda il Fondo monetario, può essere grandemente influenzato da politiche di stimolo. Per intenderci: se in uno Stato chiudessero tutte le fabbriche e il governo assumesse tutta la popolazione per scavare buche e poi riempirle, il Pil non calerebbe, ma esploderebbe il debito pubblico perché lo stato sovvenzionerebbe «a debito» una produzione inutile.
Il comportamento «virtuoso» dell’Italia di fronte alla crisi infatti non si legge dalla salita del Pil (che, se pur visto in miglioramento, appare ancora modesto) ma dalla considerazione in parallelo tra il Pil, il deficit e quindi il tasso di aumento del debito pubblico e la disoccupazione. Solo così si riesce a capire se il prodotto di un Paese è «genuino» o «drogato» dalle politiche anticrisi la cui permanenza tanto preoccupa gli analisti dell’istituto di Washington.
Se si considerano questi elementi, si scopre che effettivamente non erano facili ottimismi quelli che definivano la situazione italiana come migliore rispetto alla media delle economie occidentali, ma in effetti rappresentavano una situazione reale. A questo punto però vale forse la pena domandarci ancora una volta se non possiamo osare un po’ di più nell’agire, mollando il freno fiscale. È sacrosanto mantenere la prudenza perché con il debito pubblico italiano non ci si può permettere alcun errore, tuttavia sarebbe un peccato se, avendo la possibilità per una volta di giocarcela al pari dei soliti primi della classe, ci facessimo prendere da una sorta di «sindrome da braccino corto» stando immobili ad aspettare che ritorni il sole.
posta@claudioborghi.com
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