La censura del Csm al premier? Incostituzionale

Napolitano frena l’organo di autogoverno delle toghe: "Siate sereni quando dovete giudicare le accuse dei giudici di mafia a Berlusconi". Ma nessuno s'indigna se i pm sono rossi di Fatto

La censura del Csm al premier? Incostituzionale

Bene ha senza dubbio fatto il capo dello Stato Giorgio Napolitano a raccomandare al Consiglio superiore della magistratura di usare adeguata serenità nel discutere le pratiche aperte a tutela dell’ordine giudiziario in riferimento alle dure critiche espresse pochi giorni or sono dal capo del governo Berlusconi.

E tuttavia avrebbe fatto meglio se avesse pensato di impedire da parte del Consiglio superiore il perpetuarsi di questa prassi che si mostra palesemente anticostituzionale. Infatti, benché il Consiglio abbia già provveduto ad inserire nel proprio regolamento interno un’apposita norma che prevede l’apertura delle citate «pratiche a tutela» nel caso che venga messa in dubbio o menomata la credibilità sociale della magistratura, ciò non basta a rendere legittimo ciò che non lo è: anzi rende più grave tale illegittimità.

È subito da censurare, infatti, non solo tale indebita prassi, ma anche il regolamento che la prevede, cercando - senza riuscirvi - di giustificarla: non basta varare un apposito regolamento (che è atto interno dell’organo) per dare diritto di cittadinanza ad un’attività che non potrà mai vantarlo.

Perché il Consiglio superiore mai potrà legittimamente discutere e valutare le opinioni espresse dal presidente del Consiglio? Semplice: perché a differenza di quest’ultimo, il Consiglio non è organo costituzionale, ma soltanto organo di alta amministrazione (o se si vuole, di mero rilievo costituzionale).

In altre parole, ad interloquire in sede istituzionale possono essere soltanto organi posti sullo stesso piano, non su piani differenti. Così governo, Parlamento, ministri, presidenza della Repubblica, capi dei due rami parlamentari sono tutti organi collocati sul medesimo piano costituzionale e possono perciò liberamente interloquire, senza che nasca alcuna ferita nella trama dei poteri disegnata dalla nostra Costituzione.

Non vale lo stesso per il Consiglio superiore: questo infatti - nel sistema disegnato dalla nostra Carta costituzionale - è destinatario soltanto di competenze attinenti al trasferimento dei magistrati, alle censure disciplinari, alle promozioni, al conferimento degli incarichi direttivi e semidirettivi, alla organizzazione degli uffici. In alcun modo e da nessuna norma viene ad esso affidata una funzione di critica ed interlocuzione politica, sia pure a tutela di singoli magistrati o dell’intera categoria. Ne viene che, tramite quel regolamento, il Consiglio si è autoattribuito una funzione che non solo non possiede, ma che non può in alcun modo rivendicare, per la semplice ragione che se davvero esso potesse discutere e legittimamente criticare opinioni (giuste o sbagliate) del capo del governo o di un altro organo costituzionale, ne verrebbe un grave vulnus al sistema della divisione dei poteri.

Immaginiamo infatti che il Consiglio discuta e valuti in modo critico e negativo frasi, espressioni, opinioni politiche del capo del governo; che farà subito dopo? Siccome, per fortuna non è (ancora) dotato di un potere direttamente sanzionatorio verso il presidente del Consiglio o verso altri organi costituzionali, non potrà che votare un documento: ebbene, tale documento (o risoluzione, si cambi pure il nome, ma la sostanza rimane identica) avrà unicamente un valore squisitamente politico.

È questo che si vuole? Ma come? Tutti ribadiscono che il Consiglio e la magistratura non debbono «fare politica» e poi addirittura si dà spazio affinché lo stesso in pompa magna possa bacchettare politicamente il capo del governo?

La sapienza costituzionale ed il senso dello Stato di Francesco Cossiga lo indussero a ben altro comportamento quando il Consiglio intendeva censurare aspre critiche allora mosse alla magistratura dal capo del governo Bettino Craxi. Cossiga, con molta semplicità, presiedette di persona la seduta del Consiglio (com’era suo potere fare) e cancellò dall’ordine del giorno quella parte che riguardava il capo del governo, riconducendo in tal modo il Consiglio nell’alveo delle sue attribuzioni costituzionali.

Nessuno oggi pretende che Napolitano vada di persona a Palazzo dei Marescialli, me che invece custodisca in modo adeguato il senso costituzionale dell’intero nostro sistema, attraverso una precisa delimitazione delle funzioni anche del Consiglio superiore, questo sì: possiamo e dobbiamo aspettarcelo tutti. Ed anche se egli ha sottoscritto quel regolamento illegittimo, non si preoccupi: i regolamenti sono semplici atti interni che ogni presidente ha il potere/dovere di far cambiare. Se non altro, per renderli legittimi.