C’è una geometria crudele nel Karakorum, un’architettura del terrore che il K2 impone al mondo con la sua piramide perfetta e spietata, un monarca assoluto di roccia e ghiaccio che tollera a malapena la presenza umana e punisce con ferale spietatezza ogni eccesso di confidenza. In questo teatro dell’estremo, dove l’aria ha la consistenza del cristallo e ogni respiro è una trattativa estenuante con la biologia, si consuma - nel luglio del 2018 - un evento che trascende la cronaca sportiva per farsi epica contemporanea. Andrzej Bargiel, trentenne polacco con lo sguardo limpido di chi ha stretto un patto segreto con la gravità, compie l’impensabile: sciare la "Montagna Selvaggia" dalla vetta al Campo Base, un’unica linea continua tracciata sulla pelle bianca del gigante.
Laddove la vecchia guardia dell’alpinismo eroico cercava la sofferenza come via di purificazione, Bargiel porta la velocità, l’eleganza, una leggerezza quasi insolente. La sua impresa nasce molto prima di quel fatidico 22 luglio. Germoglia in un lavoro di pianificazione maniacale che unisce l’istinto del montanaro alla precisione dell’ingegnere. Al suo fianco, al Campo Base, c’è il fratello Bartek, pilota di un drone che ronza come un occhio divino sopra le seraccate. È proprio questa fusione tra carne e silicio a rendere la vicenda straordinariamente moderna: il drone non serve soltanto a riprendere la gloria per i posteri, ma diventa strumento di salvezza, scovando e guidando l’alpinista disperso Rick Allen giorni prima, e soprattutto mappando la parete per disegnare una rotta che sulla carta sembrava un delirio cartografico.
Bargiel attacca la vetta senza ossigeno supplementare, rifiutando la maschera che separa l’uomo dall’atmosfera rarefatta degli ottomila metri. Arriva in cima, a 8.611 metri, quando il sole è un disco pallido che illumina la curvatura della terra. Lì, dove la maggior parte degli scalatori pensa solo a fuggire verso il basso trascinando i piedi, lui compie il rito della vestizione: aggancia gli sci. Inizia la discesa e il tempo sembra sospendersi. La via scelta è un capolavoro di tattica, un mosaico di percorsi storici cuciti assieme per aggirare la morte. Scende lungo la spalla della via Abruzzi, ma la abbandona presto perché troppo carica di neve instabile; traversa con audacia verso la via Česen, danza sul filo dei seracchi, e poi inventa. Si lancia in quello che viene chiamato il "Traverso Messner", una diagonale da brivido sotto enormi blocchi di ghiaccio sospesi che lo stesso Reinhold Messner aveva intuito, ma mai percorso integralmente. È il passaggio chiave, la cruna dell’ago attraverso cui Bargiel passa veloce come un pensiero, ricollegandosi infine alla via polacca aperta da Kukuczka e Piotrowski nel 1986.
Ogni curva è una scommessa, ogni spigolata solleva nuvole di polvere di ghiaccio che brillano nella luce livida del pomeriggio. La neve è marcia, il pendio supera i sessanta gradi, le gambe bruciano in assenza di ossigeno, eppure lui scende fluido, una macchia scura che viola il candore immacolato del mostro. Sette ore dopo aver toccato il cielo, Bargiel atterra al Campo Base. È vivo. Ha trasformato l’impossibile in cronaca, l’azzardo in statistica. In un mondo che ha ormai cartografato ogni mistero e mercificato ogni esperienza, la sua discesa riconsegna intatta la meraviglia dell’ignoto.
id="docs-internal-guid-6c83b5ef-7fff-5206-a4bd-35873c15634d">La via vaporosa tracciate dal polacco è destinata a dissolversi subito dopo il suo passaggio. Ma l’impresa che ha compiuto, quella no. Quella fenderà senz’altro i decenni, lucidamente folle e inscalfibile.