Oltre 250mila persone in piazza a Monaco, dove è in corso la Conferenza sulla sicurezza che riunisce centinaia di leader mondiali per discutere le principali sfide globali. Strade piene anche a Toronto, Los Angeles, Amsterdam, Roma e in più di 50 città in giro per il mondo, per dire «no» al regime degli ayatollah in Iran. Si tratta delle più imponenti manifestazioni contro la dittatura da quando gli iraniani hanno avviato il 28 dicembre le manifestazioni contro la dittatura, che hanno già provocato oltre 50mila arresti e sono culminate nel bagno di sangue di inizio gennaio, quando in appena due giorni sono state uccise oltre 36mila persone.
Il mondo libero chiede la fine della teocrazia in Iran, alla vigilia del nuovo giro di colloqui tra Stati Uniti e Repubblica islamica che si terrà martedì a Ginevra, in Svizzera, per tentare di arrivare a un accordo sul nucleare, come chiede Teheran, ma anche a un’intesa complessiva sul programma missilistico del regime e per frenare la repressione, come chiede Washington.
La chiamata alla piazza, il «Global Day of Action», è arrivata dal principe Reza Pahlavi, primogenito dello Scià deposto dal colpo di stato militare del ’79, frutto III della Rivoluzione islamica che ha reso gli iraniani vittime della più spietata dittatura religiosa al mondo insieme a quella dei talebani in Afghanistan. Esiliato negli Stati Uniti, candidato a guidare un’eventuale transizione democratica in Iran, Pahlavi era alla Conferenza di Monaco e ha parlatoanche alla piazza. Il principe ha invocato elezioni libere per l’Iran, proclamandosi «neutrale» rispetto al loro esito, e ha lanciato un appello a Donald Trump: «Il popolo iraniano vi ha sentito dire che gli aiuti stavano arrivando, e si fida di voi. Aiutatelo a seppellire il regime».
L’attesa, per gli esuli pro-democrazia che aspettano di tornare in patria e per gli iraniani sotto la scure del clero sciita, è tutta concentrata sulle prossime mosse degli Stati Uniti. Il presidente ripete che, in assenza di un accordo con Teheran, per il regime saranno guai. E sembra pessimista su un’intesa: «Storicamente non l’hanno fatta. Direi che vogliono parlare.
Ma finora hanno parlato tanto e non hanno agito».
Ha anche spiegato che «un cambio di regime sarebbe la cosa migliore», senza rispondere sull’alternativa che gli preferirebbe.
Il tycoon tiene pronta la sua macchina da guerra, schierata in Medioriente, dove dopo la Lincoln, sta per salpare anche la seconda portaerei Ford. L’esercito - secondo funzionari americani anonimi che hanno parlato a Reuters - si sta preparando anche alla possibilità di operazioni prolungate contro l’Iran, della durata di settimane, se Trump ordinasse un attacco, come spera anche il premier israeliano Benjamin Netanyahu, che qualche giorno fa alla Casa Bianca, per discutere del dossier, ha ribadito l’impossibilità di fidarsi del regime.
Per gli iraniani è un’attesa durissima, fra la speranza di aiuto dall’estero, migliaia di lutti da elaborare e la morsa del regime che continua a stringere, con nuovi arresti, compiuti analizzando le telecamere di sorveglianza delle proteste per individuare i dissidenti, ed esecuzioni senza sosta. Quanto alla Conferenza di Monaco, dopo che l’Ue ha inserito i Pasdaran nella lista dei terroristi, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha parlato di un «circo» quando si tratta di Iran.
Perché sia di esempio, la dittatura non smette di accanirsi contro Narges Mohammadi, Nobel per la Pace 2023, arrestata nuovamente il 12 dicembre e condannata ad altri 7 anni e mezzo una settimana fa.
Anche stavolta il provvedimento del regime è stato preso senza avvisare preventivamente avvocati e familiari.