Ci sono voci che appartengono ad una geografia precisa dell’immaginario collettivo. Quella di Piero Angela, per decenni, ha abitato lo spazio della conoscenza, della divulgazione paziente, del racconto limpido dei misteri della natura e del progresso umano. È la voce che accompagna lo spettatore tra le pieghe dell’universo, dentro il corpo umano, lungo i secoli della storia. Per questo sorprende, ancora oggi, ritrovarla alle prese con un campo da calcio, con un derby acceso, con l’urgenza del risultato.
Eppure è successo anche questo. Marzo 1973. Le immagini di Inter–Milan scorrono sullo schermo. Piero Angela è seduto nello studio Rai. Già da tempo conduce il telegiornale della seconda rete. Introduce il servizio sportivo con la consueta sobrietà, poi si ferma un istante, quasi a prendere le misure di quel che sta succedendo. «Io non sono un esperto ma…», dice mentre scorrono le immagini e non parte il commento del servizio, lasciando sospesa la frase come si fa quando si entra in un territorio che non si frequenta abitualmente. Poi aggiunge, con un sorriso appena accennato: «Credo che i tifosi le riconosceranno da soli». L'intero episodio viene raccontato in video su Rai Teche, in occasione dei 70 anni della Tv Pubblica.
Sul grande schermo alle sue spalle compare il gol di Romeo Benetti. Un fotogramma che appartiene alla memoria calcistica di un’epoca: il tiro, la rete, le braccia che si sollevano contro il cielo, l’esultanza che fa deflagrare lo stadio. Un momento che pretende di essere raccontato ma nel servizio, appunto, tutto tace.
Il motivo di questa telecronaca inattesa è dunque semplice, quasi prosaico. Un imprevisto tecnico. Il filmato dura più del previsto. Occorre riempire lo spazio, accompagnare le immagini, sormontare il silenzio. «Credo che ci sia qualche difficoltà con il filmato», spiega Angela con la calma di chi ha attraversato ogni tipo di emergenza televisiva. Dalla regia arriva una telefonata rapida, funzionale: serve un commento, subito. Va riempito quel periodo.
Angela aggancia la cornetta. Il volto tradisce un attimo di sorpresa, subito ricomposto. «Un minutino, scusateci», dice al pubblico televisivo, con quella gentilezza formale che diventa subito complicità. È il linguaggio della diretta, quello che non concede esitazioni. E così Piero Angela si ritrova a fare ciò che non ha mai fatto davvero: commentare una partita di calcio.
Le parole arrivano misurate, descrittive, essenziali. Proprio mentre Benetti firma uno dei gol più cari ai tifosi rossoneri, Angela accompagna l’azione con lo sguardo dello spettatore profano. «Ecco il gol di Benetti, che ha segnato, e questa è l’esultanza dei tifosi». Nessun eccesso, nessuna enfasi forzata. Solo la precisione di una cronaca affidata all’intelligenza dello spettatore. «Questa partita ha già fatto scorrere fiumi d'inchiostro», aggiunge.
In quella manciata di secondi c’è qualcosa di largamente italiano e profondamente televisivo. Qui sta condensata l'arte di arrangiarsi, l'imprevisto che assurge a racconto, la professionalità che si adatta, la cultura che attraversa i generi. È strano vedere Piero Angela parlare di calcio.
Ed è proprio questa singolarità a rendere il momento memorabile. Perché dimostra che lo stile, quando è autentico, resta riconoscibile ovunque: tra le stelle come su un prato verde, in una galassia lontana come per un gol sotto la traversa.