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Tortora, Craxi e Cav: la rivincita postuma di tre grandi vittime della "toga-crazia"

Hanno predicato per anni la separazione delle carriere e la "terzietà" dei giudici

Tortora, Craxi e Cav: la rivincita postuma di tre grandi vittime della "toga-crazia"

Domanda retorica ma non banale: come avrebbero votato al referendum per la riforma della giustizia tre personaggi che non sono più vivi, come Enzo Tortora, Bettino Craxi e Silvio Berlusconi? Tre uomini che ebbero la vita devastata dall’accoppiata del pubblico accusatore e del giudice che fa la sentenza, ma formano una stessa famiglia indossando la stessa toga, militando per le stesse associazioni politiche di categoria in cui sono divisi i magistrati? Enzo Tortora era un avvocato che conduceva. Nel giugno 1983 fu arrestato e sbattuto in galera del tutto innocente delle accuse di spaccio di cocaina e associazione mafiosa. Senza uno straccio di prova ma solo la concertata concomitanza di alcuni collaboratori di giustizia. Era impossibile distinguere fra accusatori e giudicanti. Fu eletto al Parlamento europeo ma non volle beneficiare della libertà e tornò in carcere fino all’assoluzione per non aver commesso il fatto.
Tortora era un conservatore ed era detestato dalla gente di sinistra.
Bettino Craxi si batté sempre per la separazione delle carriere ma pochi ormai ricordano che il segretario socialista e presidente del Consiglio, accusato per aver finanziato illegalmente il proprio partito si presentò alla Camera e pronunciò un discorso famoso in cui spiegò ciò che tutti sapevano ma facevano finta di non vedere: tutti i partiti, nessuno escluso, erano colpevoli dello stesso reato. E chiese: «C’è qui qualcuno che possa smentirmi?».
Tutti chinarono il capo in silenzio. Craxi, il più odiato dal Pci e dalla sinistra non socialista, si rifugiò in Tunisia dove morì. Ricordo il funerale a Tunisi che fu il rito funebre della giustizia e politica. Come qualcuno ricorda, io vissi una paradossale avventura giornalistica: nel 1980 – dodici anni prima dello scandalo detto Tangentopoli - raccolsi infatti le confessioni del ministro Franco Evangelisti in una intervista passata alla memoria col titolo «A Fra’, che te serve?».
Quando scoppiò lo scandalo giudiziario con la famosa mazzetta di banconote nelle mutande del signor Mario Chiesa, giorno dopo giorno venne a galla. Tutto il materiale limaccioso («A Guzzà, qui avemo rubato tutti!») che mi aveva confessato Evangelisti, e anche di più, venne a galla: dai finanziamenti illegali, giustificati dal fatto che, essendo stato consentito al Partito Comunista di farsi mantenere illegalmente da Mosca, giudici e politici avevano tutti deciso di chiudere gli occhi, di fronte all’adeguamento degli altri partiti. I magistrati? Un monolite: la scioccante scoperta che portò alla decapitazione della Prima Repubblica avvenne soltanto quando, crollata l’Unione Sovietica e il traffico delle valigette di dollari preparate dal signor Ponomariov, tutti i partiti, tranne il Pci, pagarono un prezzo. Ma chi fu messo alla gogna come un malfattore fu lui, il campione della riforma giudiziaria Bettino Craxi. Il vero bersaglio di alcuni politici e alcuni magistrati dalla toga intercambiabile.
L’emergente sostituto procuratore Antonio Di Pietro si presentò al processo con sfavillanti computer da cui proiettava con grande competenza foto, statistiche, grafici, datari, documenti: un lavoro che avrà richiesto un esercito di tecnici informatici. Evangelisti era morto dopo esseri dimesso, Io portai in teatro, al Brancaccino per due stagioni, un mio dialogo immaginario con Evangelisti, «A Fra’, che te serve?».
Ma nessuno volle rispondere alla domanda tuttora valida: come si spiega che non uno solo dei leoni togati, leggendo la confessione di un ministro in carica sulle ruberie abbia sentito il dovere di aprire un fascicolo sulla corruzione della politica nel 1980? Craxi si era battuto per il processo giusto, per una riforma che mettesse nel loro ordine naturale accusa, difesa e giudice «terzo!».
Il lungo e inconcludente caso Berlusconi è troppo recente e noto per ricordarlo se non per il fatto che quell’uomo si batté per decenni per la separazione delle carriere e sulla giustizia al sevizio del cittadino e non di una casta onnipotente. L’inizio è noto: finché l’uomo fu un imprenditore di straordinario successo, era un celebrato Cavaliere del Lavoro, ma appena osò varcare i cancelli della politica vincendo al primo turno e facendo saltare la «macchina da guerra di Achille Occhetto», solo allora fu bersagliato da centinaia di processi, accuse, aperte da una soffiata al Corriere della sera che azzoppò il suo primo governo.
Le toghe? Alle date convenute varcano la soglia del Consiglio Superiore della Magistratura nel Palazzo de’ Marescialli curiosamente decorato con tante di teste di Benito Mussolini, palazzo che poi si è trasformato anche in una sala corse fra le correnti dei magistrati, ciascuna legata ai partiti e di fatto sottomessa ai partiti. Assistemmo ad una vera ribellione contro il presidente della Repubblica Cossiga il quale ordinò ai reparti dei Carabinieri antisommossa di circondare l’edificio, perché Cossiga come Presidente del Csm aveva tolto la delega di vicepresidente a Giovanni Galloni che seguiva la corrente antiliberale della magistratura.


Gli italiani erano confusi: chi ha più legittimità? I magistrati che hanno vinto un concorso o un presidente eletto dal Parlamento? «Voi discendete soltanto da navi, noi discendiamo dagli aztechi», si sentivano dire dai nativi i conquistadores spagnoli mentre si appropriavano del Messico. Lo stesso ci sembra valga per i magistrati che - quanto a legittimazione del «potere» - discendono da un concorso pubblico e non dal potere del popolo: italiano in questo caso e non azteco.

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