Che noia infinita l’ennesima parodia di Carlo e Diana

Si può scrivere un romanzo umoristico di 750 pagine senza deflettere neanche per un attimo dal proposito originario? Ovvero parodiare, satireggiare la vita, di per se stessa già patetica e commiserevole dei Reali Inglesi e dei loro indegni - o degnissimi, dipende dai punti di vista - eredi? L’impresa appare, anche a dirla in poche parole, piuttosto improbabile. O quantomeno faticosa, stentata.
C’è, peraltro, chi sostiene il contrario e arriva a dire che Freddy e Fredericka (Neri Pozza, pagg. 744, euro 19) - nuova fatica di Mark Helprin, ebreo newyorkese con trascorsi a Oxford e in Israele - assurge nell’insieme alla dimensione di «grande satira» in tutto degna del caustico Ewelyn Waugh o del più ruvido, spigoloso Don De Lillo.
Certo, le opinioni sono opinioni. E, specie quelle sballate, sono pressoché impossibili da sbullonare. Per prospettare semmai un giudizio radicalmente contrastante con quello, svagato, poc’anzi citato basta infatti riandare a grandi linee al plot piuttosto monocorde, snobistico su cui s’incentra appunto Freddy e Fredericka (va detto, tra l’altro, che gli eponimi protagonisti adombrano in modo smaccato le figure per sé sole non esaltanti del principe e della principessa del Galles, l’indocile Carlo e la sfortunata, trasgressiva Lady Diana, mentre sullo sfondo campeggia Filippa, austera decalcomania dell’attuale regina Elisabetta II).
In strenua sintesi (oltre settecento pagine sono mica uno scherzo), i due menzionati eroi, o antieroi che siano nell’attesa interminabile di un’aleatoria successione al trono, pur gratificati di privilegi e prebende vistosi, spendono i loro giorni in conversari assurdi sempre sul filo del paradosso insensato o delle più desolanti idee fisse.
In effetti, lui, Freddy, qualche barlume di logica lo intravvede, anche se con ambizioni e intenti a dir poco bislacchi; lei, Fredericka, è soltanto una sciacquetta sfrontata che proprio della sua insipiente mediocrità ha fatto una ragione di volgari recriminazioni, rovinando al contempo la vita al coniuge e a se stessa.
La risoluta regina Filippa, non potendone proprio più di quei due minus habens, li spedisce oltre Atlantico con la «missione impossibile» di riacquistare alla Corona britannica l’imperio sulle ex-colonie, gli States, già fraudolentemente sottrattesi alla perfida Albione alcuni secoli fa per l’incapacità di un re codardo, Giorgio III, matto come un cavallo.
Ovvio che l’improbo compito non verrà portato a termine dagli inetti Freddy e Fredericka, pur se si rischierà di far diventare Presidente della Repubblica a stelle e strisce il medesimo, disorientato Freddy (frattanto consolato dei suoi guai coniugali dalla passione erotica dell’amante di sempre, Camilla).
A reggere fino in fondo l’intricata, sempre più insulsa tiritera parodistica non si approda ad alcuna apprezzabile compensazione, se non il constatare che un libro come Freddy e Fredericka e uno scrittore come Mark Helprin non si sa proprio se siano più inutili o più impudenti. Già le storie di regni e regnanti - specie di questi tempi - hanno stufato i santi e le poiane.
E come drastico contrappasso a simili miserande faccende vien fatto di pensare all’intransigente giacobino Louis-Antoine-Léon de Saint Just - altro personaggio del tutto privo di sense of humour - allorché alla Convenzione del 1792 ebbe ad affermare risolutamente: «Non si può regnare ed essere innocenti». Mark Helprin magari è d’accordo col severo Saint Just, ma c’era bisogno di dilungarsi tanto per ammetterlo francamente? Non si può essere così prolissi ed essere innocenti.

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