«La chirurgia non è obbligatoria ma l’alternativa è la cura a vita»

Riccardo Valdagni, direttore del programma prostata all’Istituto dei Tumori di Milano, secondo lei questo genere di cancro va sempre operato?
«Solo se il paziente non ha tempo né voglia di farsi curare per settimane o controllare per tutta la vita. Insomma, se vuole togliersi lo spettro del cancro dalla testa e accetta le conseguenze negative di un’operazione simile».
Il paziente? Ma non è il chirurgo che decide cosa è meglio fare?
«Il chirurgo è obbligato a offrire le tre opzioni che oggi esistono in fatto di cancro alla prostata. E cioè la chirurgia, la radioterapia e la brachiterapia. Prima di entrare in sala operatoria, un buon chirurgo deve esporle al paziente. E se questo non spiega bene o omette di accennare ad altre terapie possibili non fa il suo lavoro correttamente».
Voi all’Istituto dei tumori come vi comportate?
«Affrontiamo il problema con un pool di esperti: l’urologo, lo psicologo, l’oncologo e il radioterapista. Insieme si decide la terapia più adatta al soggetto».
Chi è che chiede di farsi operare?
«Quelli che hanno paura della radioterapia, per esempio. Oppure quelli che, temendo la malattia, pensano che sia meglio estirpare il male una volta per tutte. Insomma, tolto il dente tolto il dolore».
Quali sono le percentuali di interventi chirurgici?
«Statisticamente ho dei dati americani dove siamo circa al trenta per cento in ogni settore. E in Italia abbiamo una situazione analoga».
Ora mi dirà che si può anche convivere con il cancro.
«Se il tumore è molto piccolo può essere eseguito con una strategia di sorveglianza attiva e può essere curato senza intervenire col bisturi».
Insomma, non si muore di cancro alla prostata anche se non si entra in sala operatoria?
«Le percentuali di guarigione sono simili, le tre opzioni di cura sono tutte valide. Ecco perché noi diciamo che può scegliere il paziente in relazione alle sue priorità di vita». Il tumore della prostata si associa spesso anche a problemi sessuali. Perché?
«La potenza sessuale di un uomo può essere intaccata. Anche se non è sempre così. Una buona quota di uomini rimane potente anche dopo essere stato sottoposto a terapia».
Ma è così frequente in Italia questo tipo di patologia?
«Nel 2005, ultimi dati disponibili, sono stati diagnosticati 43mila nuovi casi e sono decedute 9200 persone. Ma il problema legato alla prostata ha toccato ben 174mila maschi».
Il che vuol dire 174mila famiglie.
«Esatto. Questa malattia provoca dei grossi problemi anche all’interno della coppia. Inoltre condiziona la socialità. Ci sono pazienti che si vergognano ad andare al mare per via dell’incontinenza urinaria oppure si rifiutano di fare sport, come il tennis. Insomma è un mondo di sofferenza di cui si parla troppo poco».

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